Trentennale 1969 - 1999

 Hanno detto di noi in occasione del 30° anniversario della fondazione:

Quell'anno aveva cambiato il mondo e l'Italia come nessun altro, anche se questo lo avremmo scoperto dopo. Quell'anno, spartiacque tra due ere così vicine e così lontane, quell'anno che aveva battezzato una generazione, ci aveva travolto con i suoi eventi, le sue novità, le sue tragedie. Proprio una tragedia lo aveva inaugurato: la notte dei 15 gennaio un violento terremoto aveva sconvolto la valle dei Belice, nel cuore della Sicilia, facendo 236 vittime e lasciando oltre cinquantamila persone senza una casa, purtroppo per molti anni. Ma altri grandi drammi si erano poi succeduti. Il 4 aprile a Memphis, nel Tennessee, era stato ucciso Martin Luther King, il pastore battista leader per i diritti civili della minoranza nera, scatenando la violenta protesta degli americani di colore. Due mesi più tardi, a Los Angeles, il candidato alla presidenza degli Stati Uniti, Robert Kennedy, fratello dei defunto presidente John Fitzgerald, era stato a sua volta assassinato. Il 20 agosto i carri armati russi avevano invaso Praga, spegnendo coi sangue la voglia di democrazia della gente di CecosIovacchia. intanto la guerra in Vietnam, la guerra che costava 30 milioni di lire al minuto e centinaia di morti ogni giorno, non ne voleva sapere di cessare, mentre in Biafra migliaia di bambini venivano uccisi dalla fame. Quell'anno - epilogo di un decennio di grandi trasformazioni, miscela di benessere e di crisi, segnato dai Beatles, dai Rolling Stones, dalla minigonna di Mary Quant, dal primo trapianto di cuore - aveva portato anche le rivolte operaie e studentesche, gli scontri con la polizia. In Francia, in Germania, poi anche a Roma, a Milano, a Torino, in tutta Italia.

Si, era stato un anno infuocato: l'anno della protesta, della rivoluzione, del cambiamento. Ma il 1968 era stato anche l'anno dei Giochi Olimpici di Città dei Messico, ì Giochi dell'altura, dei Potere Nero e dei record, che a noi, nati con lo sport nel sangue, immersi nello spirito olimpico a Roma '60, avevano regalato emozioni mai provate prima. In quei 15 giorni d'ottobre la televisione ci aveva portato nelle case e nei bar le immagini di imprese destinate a diventare immortali, di primati leggendari, di nomi che mai più avremmo dimenticato: Bob Beamon coi suo fantascentifico salto a 8.90; jim Hines coi primo "meno 10' sui 100; Tommie Smith con quei 200 favolosi, gelati poi dalla protesta a pugno chiuso sul podio; Al Oerter e il suo poker nel disco mai riuscito prima a nessun altro, in nessun altro sport; Dick Fosbury, e quello stile che avrebbe dato un altro volto al salto in alto. E poi ancora: Lee Evans, Kip Keino, Willie Davenport, Viktor Saneyev, WyorniaThyus, Irena Szewinska-Kirszenstein. Ma anche Beppe Gentile e il suo effimero primato dei mondo nel salto triplo, durato solo 50 minuti, così come Eddy Ottoz e quei bronzo da brivido nei 110 ostacoli. Si, ci eravamo entusiasmati anche per Klaus Dibiasi, oro nei tuffi dalla piattaforma; avevamo gridato per Renzo Sambo e Primo Baran,che col timoniere Bruno Cipolla avevano vinto il "due con" nel canottaggio; avevamo applaudito infine Pierfranco Vianelli, che aveva trionfato tutto solo nella prova in linea di ciclismo, mettendosi alle spalle due fuoriclasse come il danese Mortensen e lo svedese Petterson. Ma le gare di atletica - con tutti quei record, con i drammi nelle gare di fondo e mezzofondo diventate improvvisamente anaerobiche per via degli effetti dell'altura allora poco conosciuti - ci avevano stregato più di qualsiasi altra disciplina. Anche perché, ammettiamolo, noi la regina degli sport l'avevamo nel cuore.

Arriva il 1969. L'attenzione è sempre sul Vietnam che continua a produrre sangue, sugli scontri tra studenti e polizia, sulle bombe in Irlanda dei Nord tra cattolici e protestanti. Poi, il 21 luglio, ecco lo sbarco sulla luna, l'emozione dei secolo, con quell'orma di Neil Armstrong che ci resterà impressa a vita nella memoria. Ma quell'anno, in Italia, è segnato anche dagli scioperi nelle grandi fabbriche dei Nord, dagli attentati sui treni, dalla strage di piazza Fontana. lo sport cerca di dare una valvola di sfogo a questi momenti tragici: il Milan di Rivera, '"pallone d'Oro", si regala la seconda Coppa Campioni, travolgendo l'Ajax di "baby" Crujff, e poi trionfa anche nella coppa Intercontinentale battendo gli argentini dell'Estudiantes; Felice Gimondi vince il suo secondo Giro d'Italia, quello dei "giallo" doping di Merckx a Savona; Paola Pigni migliora il primato dei mondo dei 1500 e,Eddy Ottoz vince l'oro nei 110 ostacoli agli Europei di Atene. Intanto l'eco di Città dei Messico non si è ancora spenta. Quei Giochi hanno lasciato in tutti un ricordo indelebile, spruzzando nell'aria nuovo fermento sportivo e, soprattutto, tanta voglia di atletica. Un altro fatto, tuttavia, concorre alla nascita di quella che, all'inizio, è una sorta di attività ludica fine a se stessa, senza un'organi2zazione societaria, ma che dopo breve tempo si trasformerà in un club di atletica a tutti gli effetti, con tanto di divisa, quadri tecnici e dirigenziali. Nel 1969, infatti, il Ministero della Pubblica Istruzione e il Comitato Olimpico Nazionale Italiano varano i Giochi della Gioventù, un'invenzione straordinaria che poi, coi passare degli anni, verrà svilita e maltrattata, perdendo il suo significato e il suo importantissimo messaggio. In passato Rovellasca aveva già conosciuto l'atletica leggera, ma in maniera possiamo dire sporadica, quasi clandestina, sebbene più di un atleta si fosse distinto, soprattutto nelle corse podistiche, anche in ambito regionale e nazionale. Ma i Giochi della Gioventù sono l'occasione per gettare il seme e colpire nel segno: la fase comunale, pubblicizzata coi classico passa parola, attira 76 ragazzini, quasi tutti ignari di cosa voglia dire partire dai blocchi, lanciare un peso, saltare in lungo. Figuriamoci poi se sanno cos'è il tartan, quei nome che comincia ad andare di moda nell'atletica internazionale, perché con quei materiale si iniziano a costruire le piste "vere", dopo gli anni della tennisolite. A Rovellasca manco c'è una pista di atletica, nemmeno in carbonella. A correre, a saltare, a lanciare, si va al parco, il parco Burghé, dove però bisogna aspettare che i bambini abbiano finito di giocare a biglie nella sabbia o che "quelli dei calcio" abbiano terminato le loro scorribande dietro al pallone.

Ai Giochi della Gioventù viene quindi posata la prima pietra dell'Atletica Rovellasca, che all'inizio non si chiama ancora così, in quanto inglobata nello Sport Club Rovellasca 1910. Gli artefici di quei primi vagiti sono Ernesto Crola, Sergio Bianchi ed Enzo Campi. Sono loro che s'inventano l'attività e fanno opera di proselitismo in paese, che indossano contemporaneamente i panni dei dirigenti, dei tecnici, dei giudici, coi megafono in una mano per chiamare i ragazzi e il cronometro nell'altra, pronti a far scattare le lancette per prendere il tempo. Patrizia Bianchi, Milena Pedersini, Marinella Carugo, Miriam Buson, Claudio Turconi, Walter Mendo, Ciro Manzo sono i ragazzi che si segnalano sin dalle prime gare, sia per i loro risultati sia per la passione con cui affrontano gli allenamenti. Patrizia Bianchi è una velocista molto dotata e lo si vede subito. Sui 60 piani è tra le più brave della provincia nella categoria Ragazze: infila una vittoria dietro l'altra e, a fine stagione, sulla pista di San Donato Milanese (che allora chiamavano tutti Metanopoli), conquista un inatteso secondo posto ai campionati regionali, correndo in 8"3. E' sua quindi la prima medaglia importante nella storia dell'Atletica Rovellasca, ma anche negli anni successivi Patrizia si prende belle soddisfazioni. Come a Roma, dodici mesi più tardi, quando è decima assoluta alle finali nazionali dei Giochi della Gioventù. Oppure come nei 1971, quando con 12"8 sui 100 ottiene il minimo per poter partecipare ai campionati italiani Allieve, prima rovellaschese a riuscire nell'impresa. Chi promette bene è anche Flavio Alberio. Fisicamente già ben messo per la sua età, si cimenta con successo nel getto dei peso. C'è anche lui nel 1970 a Roma ' quando la neonata società rovellaschese è presente per la prima volta Con i suoi atleti alla finale nazionale dei Giochi della Gioventù, insieme alle velociste Bianchi e Carugo e alla saltatrice in lungo Pedersini. Quell'anno vince anche il titolo di campione provinciale. Ma il suo modo di concepire l'atletica è un po' disincantato, quasi distaccato. Si, diciamolo, Flavio non ha tanta voglia di alienarsi. Ma intanto questo sport gli entra ugualmente nell'animo, e le soddisfazioni che non è riuscito a cavarsi da atleta se le prenderà più avanti, nei panni di tecnico. Già, sembra uno scherzo: proprio lui che non aveva tanta voglia di alienarsi, diventerà allenatore. E che allenatore...

Il dado è tratto. 176 ragazzi che nel 1969 si erano presentati alla fase comunale dei Giochi della Gioventù diventano 92 l'anno dopo, 115 nel '71, 125 nel '72, 140 nel '73, quasi il doppio rispetto all'inizio. A Rovellasca l'amore per l'atletica ci mette un attimo a scoppiare. E non mancano le occasioni, anche fuori dai confini provinciali, per vedere sfrecciare gli atleti in casacca rossobiù davanti a tutti, anche se la pista resta sempre un sogno e per alienarsi ci si deve arrangiare alla bell'e meglio, usando i viali dei paese e il parco Burghé. Il 1972 porta il primo grande risultato. A Roma, il 5 luglio, sulla pedana dei salto in lungo sono di fronte, nella finale nazionale dei Giochi della Gioventù, tutte le migliori speranze italiane. Tra loro c'è anche Elena Viganò e per la quattordicenne di Rovellasca è già una grande soddisfazione essere li'. Ma, una volta in gara, non si accontenta. Elena tira fuori tutta la grinta che la contraddistingue e a Ila fine si mette al collo la medaglia di bronzo, con un balzo a 4.94 che al termine della stagione le varrà anche il sesto posto nelle graduatorie italiane della sua categoria. A Rovellasca si fa festa, ma il brindisi non è certo a base di champagne: non c'è mica tanto da scialare, le trasferte costano, il vestiario pure. Per fortuna c'è Enzo Campì, il ragioniere, ad amministrare il portafoglio e a far quadrare i conti della società. Con il contributo comunale e l'aiuto di pochi sportivi rovellaschesi, alla fine dell'anno si arriva a 200.000 lire, appena sufficienti per le spese di ordinaria amministrazione.

Del resto sono ancora anni grami. Il 1973 si apre con la svalutazione della lira, poi arriva la guerra arabo-israeliana dei Kippur e i Paesi produttori di petrolio chiudono i rubinetti: con l'austerity tutta l'Italia scopre le targhe alterne e le biciclette. Sono ancora anni caldi, gli effetti dei '68 non sono per niente sopiti. Una bomba in piazza della Loggia a Brescia provoca 8 morti e più di cento feriti, l'attentato al treno Italicus fa 12 vittime. Sono gli anni dei rapimenti, gli anni delle Brigate Rosse, gli anni dei governi che durano il tempo di una stagione. In più ci si mette il terrorismo islamico: dopo la strage all'Olimpiade di Monaco, un attacco all'aeroporto di Fiumicino fa trenta morti. Intanto in Cile il generale Pinochet ribalta il governo Allende e impone la sua terribile dittatura militare. Scoppia lo scandalo Watergate e il presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, è costretto a dimettersi. Ma c'è anche una buona notizia: dopo dieci anni e due milioni di morti, cessa ' la guerra nel Vietnam, cosi lontana ma anche così vicina. Lo sport cerca sempre di dare uno sfogo ai problemi e alle tensioni. Per fortuna spesso ci riesce, grazie anche alle imprese di grandi campioni. Felice Gimondi continua a opporsi con ammirevole coraggio allo strapotere del "cannibale" Eddy Merckx e trionfa al Mondiale di Barcellona; Gustavo Thoeni domina nello sci e dietro a lui nasce il mito della valanga azzurra, scatenando negli italiani la voglia di domeniche sulla neve; Adriano Panatta si affaccia nei quartieri nobili dei tennis; Giacomo Agostini infila un titolo mondiale dietro l'altro nel motociclismo; rá basket l'Ignis Varese spopola in Europa. Il 1973 è anche l'anno dei calcio italiano: il Milan vince la battaglia di Salonicco e con un gol di Chiarugi conquista la coppa delle Coppe, anche se poi, nella-"fatal Verona", perde all'ultima giornata uno scudetto già vinto, consegnandolo alla Juve, sconfitta però di misura dall'Ajax nella finale di coppa Campioni. C'è anche una data storica: il 14 novembre un gol di Fabio Capello allo stadio Wembley consegna alla nazionale italiana la prima vittoria sul campo del l'Inghilterra. E l'atletica? L'atletica è illuminata da un'impresa destinata all'eternità. Il 27 giugno, sulla pista dell'Arena di Milano, un ragazzone con i baffi, le basette e i capelli lunghi, figlio di un direttore d'orchestra italiano trasferitosi in Sud Africa, cresciuto a pane e rugby e scopertosi fenomeno quasi per caso, ci regala uno straordinario primato dei mondo. Nella seconda giornata dell'incontro italia-Cecoslovacchia, Marcello Fiasconaro, 24 anni, alla quarta gara sugli 800 di una carriera breve ma accecante come una meteora, si lancia in testa sin dal primo metro per chiudere la sua straripante galoppata solitaria in l'43"7, sei decimi in meno di quanto aveva fatto l'anno prima il campione olimpico Dave Wottle.

Nel suo piccolo il 1973 è un anno storico anche per per l'Atletica Rovellasca, perché si festeggia il primo lustro di vita: è un traguardo importante, la vincita di una scommessa giocata cinque anni prima, tra l'incredulità e lo scetticismo di molti cittadini rovellaschesi, che guardavano sbigottiti quei ragazzini in pantaloncini e canottiera correre per le strade dei paese. Nonostante le difficoltà economiche, la società, stimolata anche dall'ingresso di tanti nuovi atleti, è presente a tutte le principali manifestazioni dei calendario regionale: da Pavia a Metanopoli, dall'Arena al XXV Aprile, non c'è gara in cui i colori rossoblù non siano rappresentati. Il quinto anno di attività vede emergere alcuni elementi di indubbie qualità, a cominciare da Patrizia Rebolini che primeggia nella velocità, arrivando a correre i 60 in 8' netti, tempo di valore nazionale e a tutt'oggi primato sociale. Al termine della stagione, un opuscolo senza troppi fronzoli celebra il quinquennale. Vengono riportati tutti i risultati ottenuti e, con contenuta enfasi, vengono evidenziati alcuni numeri, come i 10 partecipanti alle finali nazionali dei Giochi della Gioventù o i tre terzi posti ai campionati regionali. In ultima pagina il riepilogo delle gare effettuate dice che, nei primi cinque anni, l'atleta che ha preso parte al maggior numero di competizioni è Emanuela Babolin, con 50 presenze, contro le 41 di Tiziano Brenna, le 40 di Milena Pedersini e le 38 di Elena Viganò. Il 1973 rappresenta una sorta di trampolino di lancio per l'Atletica Rovellasca, che l'anno dopo si affilia a ben tre categorie: Ragazzi, Allievi e Juniores.

La tappa è obbligata, anche se la pista è sempre una chimera e le attrezzature continuano a scarseggiare. Ma l'entusiasmo è più forte delle difficoltà e le vittorie aggiustano tutto. Il risultato più lampante sono le quattro presenze ai campionati italiani. Antonio Carugati, dopo aver portato la società rossoblù per la prima volta sul gradino più alto dei podio in un campionato regionale, nella rassegna tricolore Allievi coglie un sesto posto ancor più esaltante. Lo junior Franceso Robbiani, a sua volta campione lombardo, è nono nella contesa nazionale, con un po' di rammarico perché se avesse ripetuto il 13.14 di giugno avrebbe conquistato la quinta piazza: si rifarà l'anno dopo, ottenendo proprio il quinto posto. Nel salto in lungo, invece, Elena Viganò è dodicesima, sempre tra le Allieve, anche lei con un po' di rabbia, perché il 5.41 realizzato a metà stagione, che sarà a lungo primato provinciale, le avrebbe regalato il podio. Ma va bene ugualmente, così come va bene il 45"4 della 4xl 00 nei campionati Allievi di staffetta, che non è un tempo da primi posti ma insieme al titolo regionale vinto dal quartetto Ragazzi conferma il buon lavoro svolto nel settore velocità, pur dovendo continuare a correre al buio sul rettilineo di viale Trieste, zig-zagando tra le automobili e le buche, talvolta respingendo gli inseguimenti dei cani; o negli spazi angusti della palestra comunale, intasata di atleti di tutte le specialità; o sull'erba sconnessa dei parco Burghé, con fettucce posticce inchiodate al terreno per distinguere le corsie.

Già, di pista si continua a parlare, ma sono sempre e solo parole. Eppure i numeri e risultati sono eloquenti. Nel 1976 gli atleti tesserati sono oltre 150 e la società partecipa a 73 manifestazioni, ad ogni livello. Il 1976 è anche l'anno in cui ci si stacca dallo Sport Club Rovellasca 1910 e nasce l'Associazione Atletica Leggera Rovellasca. Il consiglio direttivo viene rinnovato e Umberto Carcano diventa presidente, rilevando Bruno Mino Galbusera. Aumentano i tecnici e i dirigenti, molti dei quali genitori degli atleti. Come lo stesso Carcano, il cui figlio Rossano si destreggia bene nella velocità e nel salto in lungo. In provincia quella rossoblù è ormai una delle realtà più importanti, come dimostrano i risultati nel Trofeo Gioventù Lariana, prestigiosa e ambita vetrina dell'atletica giovanile comasca che l'Atletica Rovellasca vince per la prima volta nel 1977, battendo nettamente i "cugini" dei Gs Rovello Porro. Il Trofeo, a carattere biennale, entra dodici mesi dopo nella bacheca della società. Il dominio è ancor più netto, ma non potrebbe essere diversamente. Nel 1978, infatti, gli atleti tesserati sono addirittura 168, le vittorie a livello provinciale non si contano e anche in campo regionale, al cospetto di squadroni come la Pro Patria, la Snia, la Snam e la Riccardi. l'Atletica-Rovellasca fa sentire la propria presenza. Con Elena Cattaneo, ad esempio, che nel lancio dei disco Ragazze vince il titolo lombardo e poi strappa la medaglia d'argento alle finali nazionali di Caorle. Ma anche con Riccardo Lodigiani, a sua volta campione regionale negli 80 ostacoli e quarto nella rassegna nazionale. E' un altro anno d'oro, nel quale muovono i loro primi passi tre ragazzi che faranno presto parlare di se. Sono Emilio Moltrasio, Mauro Re e SergioTaverríti. E anche se per il momento i loro risultati passano ai più inosservati, si capisce che hanno stoffa. E molta, per la verità.

Nel frattempo alcuni dei ragazzi dei '69, quelli che avevano dato vita al nucleo iniziale, entrano nei quadri societari. Siamo alla stagione dei decennale, Umberto Carcano passa il testimone a Italo Zara, mentre Sergio Bianchi ed Ernesto Crola si sono fatti da parte un paio d'anni prima, pur continuando a seguire da lontano le vicende della società. Elena Viganò - sì, proprio lei, la ragazzina che nel 1972 aveva vinto la medaglia di bronzo ai Giochi della Gioventù - è nominata segretaria. Francesco Robbiani - sì, proprio lui, l'autore dei miglior piazzamento rossoblù ai campionati italiani - è uno dei due consiglieri, insieme a Piersavio Cattaneo. E tra gli allenatori, oltre al solito Enzo Campi che funge peraltro da factotum, figurano Flavio Alberio, Ciro Manzo e Corrado Galleani. Com'è volato il tempo, eppure sono già passati dieci anni da quel giorno di primavera, quando la storia ebbe inizio. Cos'è successo nel frattempq? Tanto e poco. I fermenti dei '68 non si sono ancora dissolti dei tutto, l'Italia è sempre alle prese coi terrorismo, il mondo è ancora una polveriera, con guerre e rivolte pronte a scoppiare ovunque. Il 1979 è l'anno dell'invasione sovietica in Afghanistan e questo evento incide anche sullo sport. Come risposta, l'Olimpiade di Mosca viene infatti boicottata dagli Stati Uniti e da altri 57 Paesi, tra cui Germania Occidentale,Canada e Giappone. L'ltalia invece c'è, anche se con la solita decisione a metà: a casa gli atleti militari, niente sfilata, bandiera tricolore e inno di Mameli. Le nostre vittorie sono ugualmente esaltanti. E le emozioni maggiori ci arrivano proprio dalla regina degli sport, che in Italia sta conoscendo il suo momento magico. Sono gli anni di Pietro Mennea, di Sara Simeoni, di Maurizio Damilano, di Gabriella Dorio, di Venanzio Ortis, che hanno già lasciato il segno agli Europei di Praga '78. Mennea ha appena regalato all'italia il suo favoloso 19'72 che resterà per 17 anni primato dei mondo e si presenta a Mosca da grande favorito per l'oro nei 200, non certo perché i neri d'America sono assenti, visto che li batte ovunque. La sua corsa è un capolavoro, un cocktail di emozioni che in 20 secondi passano rapidamente dalla trepidazione alla rassegnazione, dalla speranza all'esultanza, sua e nostra, con quella disperata rimonta negli ultimi 30 metri che ci fa gridare come ossessi ed esplode in un boato quando l'allievo di Vittori supera l'inglese Wells a un metro dal traguardo. Anche Damilano e la Simeoni si mettono al collo la medaglia d'oro, poi Mennea trascina sul podio la 4x400, tanti altri azzurri entrano in finale e in Italia scoppia la voglia di atletica. Dappertutto spuntano come funghi nuove società, il tesseramento conosce un'impennata, dalla Sicilia alla Valle d'Aosta. Naturalmente la Lombardia non è da meno, al punto che nelle campestri regionali si contano anche 3-400 partecipanti per ogni categoria.

Anche l'Atietica Rovellasca conosce fermento. Nel '79 la società aveva raccolto, tra l'altro, un eccellente quarto posto alle finali nazionali dei Giochi della Gioventù grazie alle staffettiste della 4x11 00, Donata Pizzetti, Luisa Ghezzi, Sonia Tarantello e Nadia Radici, vincitrici anche dei campionato lombardo Fidai. Altri due titoli regionali erano entrati nella collezione rossoblu, senza contare naturalmente le innumerevoli vittorie in campo provinciale, ormai diventate consuete al punto da non fare più notizia. Il 1980 è invece un anno sostanzialmente di transizione, preludio a un 1981 esaltante, durante il quale vengono centrati bersagli pi1éstigiosi, forse i più importanti di sempre. Il protagonista numero uno è Emilio Moltrasio, velocista dalle qualità straordinarie su cui Corrado Galleani lavora con bravura e attenzione, e che esplode quasi all'improvviso. Il primo acuto arriva il 28 febbraio a Milano, dove Emilio, che un mese prima ha indossato la prima maglia azzurra della storia rossoblu, finisce secondo nei 60 piani ai campionati italiani juniores indoor, battuto di una manciata di centesimi - udite udite - da un certo StefanoTiffli. Nemmeno quattro mesi più tardi arriva la perla che ancora mancava: il titolo italiano. li 21 giugno, sulla pista di Firenze, due giorni dopo essere diventato maggiorenne, l'allievo di Galleani vola sui 200 e con una curva magistrale rifila distacchi pesanti a tutti, fermando il cronometro a 21 '78, dopo che in semifinale era stato capace di correre in 21 "62: il primo dei battuti arriva a mezzo secondo, un'eternità per una gara di 200 metri. Tre settimane dopo, a Torino, opposto. a tutti i più forti velocisti dei momento (manca solo Mennea), Moltrasio va in finale agli Assoluti sempre nei 200 ed è settimo in 21"63, confermandosi come il giovane più interessante dei panorama nazionale, anche se poi non ha fortuna agli Europei juniores di Utrecht, dove esce in semifinale sulla sua distanza preferita e manca il bronzo nella 4x100 per 4 centesimi. Le soddisfazioni non si fermano comunque a Moltrasio. Il quattordícenne Mauro Re è quinto sugli 80 hs nella rassegna nazionale Ragazzi, dove anche il campione regionale Giovanni Perego va in finale, nel getto dei peso; Nives Barzaghi è sesta sugli 80 alla finale nazionale dei Giochi della Gioventù; il quattrocentista Ruggero Corti indossa a sua volta la maglia della nazionale juniores.

I dirigenti non stanno più nella pelle, ma è anche un'altra bella notizia a renderli felici: finalmente, dopo una lunga attesa, il Comune dà l'okay per la costruzione della tanto agognata pista. Il nuovo impianto viene inaugurato il 24 aprile 1982 ed è forse il giorno più bello della lunga storia rossoblù. Ci vogliono cento vittorie per regalare la stessa emozione a chi ha atteso tanto, combattendo battaglie difficili, superando ostacoli d'ogni tipo. Per l'occasione l'Atietica Rovellasca organizza la fase interprovinciale dei campionato di società e mette in mostra alcuni dei suoi gioielli, a cominciare dall'azzurrino Ruggero Corti, fresco di medaglia d'argento ai Tricolori indoor juniores. U82 dovrebbe essere l'anno della definitiva consacrazione di Moltrasio. Entrato nell'orbita azzurra, viene chiamato a Formia per alienarsi in pianta stabile con il gruppo dei professor Víttori, l'artefice dei successi di Mennea. I duri allenamenti a cui si sottopone quotidianamente, però, non si traducono in progressi. Anzi, Emilio subisce un'involuzione e non riesce a riconfermarsi numero uno tra gli Under 19, proprio mentre al suo fianco esplode Pierfrancesco Pavoni, argento a. sorpresa nella finale dei 100 degli Europei di Atene. Anche se il trionfo della nazionale di Bearzot nel Mundial spagnolo contagia di calcio mezza Italia, Rovellasca resta fedele all'atletica. La pista dà nuovi stimoli a tutti. E i risultati si vedono già nell'83, anno in cui la società, ora presieduta da Enzo Campi, colleziona la bellezza di quindici presenze (sei delle quali in finale) ai campionati italiani individuali e dieci alla finale nazionale dei Giochi della Gioventù. Mauro Re continua a progredire sugli ostacoli, Marco Zanon si affaccia nei quartieri alti dei salto in lungo, Antonella Cozzi si mette in luce nei lanci, mentre nella velocità spunta Sergio Taverriti, che ai campionati italiani Cadetti è secondo negli 80 e poi trascina il quartetto della Lombardia al successo nella 4x100. Moltrasio, che nel frattempo è tornato all'ovile e si è rigenerato dopo il fallimento della cura-Formia, debutta tra i seniores con un buon quinto posto sui 60 agli Assoluti indoor. E' l'anno dei primi campionati mondiali, che si celebrano a Helsinki. Un pensierino alla Finlandia lo fa anche Emilio, ma per entrare in squadra bisogna andar forte agli Assoluti. Questa volta Mennea risponde all'appello. E ci sono anche i nuovi talenti Pavoni, Tilli e Ullo, gli esperti Simionato e Bongiorni, la rivelazione Rho. Strada sbarrata, Moltrasio è ottavo sui 200, pur con il personale (21 "26), e undicesimo sui 100. Si consola però con la convocazione per le Universiadi di Edmonton: è pur sempre la sua prima maglia azzurra assoluta, che onora con un buon quinto posto nella 4xl 00 e con una dignitosa prestazione nei 200. Intanto a lui iniziano a interessarsi diverse società. C'è di mezzo il servizio militare, c'è il sogno olimpico da inseguire, il distacco dall'Atletica Rovellasca, seppur sofferto, appare scontato. Nella primavera dell'84 Emilio passa quindi alle Fiamme Oro, non prima di aver lasciato come ricordo alla società che lo ha lanciato il terzo posto sui 60 agli Assoluti indoor, dietro a Ullo e Tilli. All'aperto, invece, sarà quinto sui 200 e il sogno olimpico, purtroppo, resterà solamente un sogno.

Los Angeles, i Giochi della ripicca, dei contro-boicottaggio: a Mosca era stato l'Occidente a dire no, stavolta la Russia trascina alla diserzione il blocco socialista. Ma gli assenti hanno sempre torto e quando un atleta sale sui gradino più alto del podio ci si dimentica alla svelta di chi non c'era. Così succede quando Alberto Cova domina i 10.000 metri e fa il tris dopo titolo europeo e mondiale, quando Alessandro Andrei lancia il peso più lontano di tutti, quando Gabriella Dorio mette if suo sigillo sui 1500, seppure orfani delle imbattibili russe. L'atletica azzurra conquista anche un argento con Sara Simeoni, oltre a tre bronzi pesanti: quello di Giovanni Evangelisti nel lungo di Lewis e quello dei marciatori Sandro Bellucci e Maurizio Damilano. Cosa di meglio per drogarci di atletica, per stimolare i ragazzi a venire tutti i giorni al campo, per vedere i prati stracolmi di atleti anche con la neve e la pioggia, per riempire le piste il giorno delle gare. Anche a Roveilasca l'effetto Olimpiadi lascia il segno. Gli atleti sono sempre più numerosi e la società continua a mietere successi. Nell'84 Sergio Taverriti si conferma come uno dei più promettenti giovani velocisti italiani, Riccardo Airoldi fa faville nel mezzofor)do, Elena Fiammenghi si fa onore nei 100 ostacoli. E il settore Master raccoglie le prime soddisfazioni, con Angelo Ballerini argento nella marcia ai Tricolori sui 20 km. Ma arriva anche un titolo italiano: lo conquista, nel quadruplo Cadetti, Marco Zanon, che realizza anche la miglior prestazione-italiana di sempre al limite dei 15 anni.

Che rabbia, però: i titoli italiani potrebbero essere addirittura due, se al traguardo dei 110 ostacoli Allievi un misero centesimo di secondo non separasse Mauro Re dal veronese Todeschíni. U.atleta alienato da Flavio Alberio è protagonista di una stagione esaltante, coronata con un 14"2 manuale che eguaglia il primato italiano di categoria.Mauro è un ragazzo un po' timido, però è sorretto da doti fisiche notevoli. Potrebbe primeggiare ovunque, ma tra gli ostacoli si trova più a suo agio e insiste su questa strada.Fa bene, perché negli anni a seguire raccoglierà risultati importanti. Beh, tanto per cominciare nella stagione successiva, seppure al debutto tra gli Juniores, è due volte quarto nella rassegna tricolore di categoria, sia rndoor che all'aperto. Ma nell'86 il titolo dei 110 è suo e con quello arriva anche la maglia azzurra per la prima edizione dei Mondiali juniores: ad Atene si ferma in batteria, ma è già importante essere lì, a restare incantato di fronte a quello che diventerà il numero uno mondiale degli anni 90, il gallese Colin jackson, e ad ammirare da vicino altri futuri fenomeni, tra cui un certo Sotomayor. L'AtIetica Rovellasca sfoggia con orgoglio la maglia azzurra e quella tricolore dei suo campioncino. Peccato che queste gioie cadano proprio nell'anno in cui Moltrasio appende prematuramente le scarpe al chiodo: non ha ancora 23 anni, nell'85 è stato il quarto italiano sui 100 e il sesto sui 200, i tecnici continuano a riporre in lui grandi speranze, anche perché il talento dei ragazzo non si discute. Ma in lui forse brucia ancora l'esperienza negativa di Formia, l'occasione olimpica sfumata. Insomma, gli stimoli vengono meno ed Emilio preferisce concentrarsi di più sugli studi e pensare alla laurea in scienze politiche, anche perché l'azienda di famiglia lo attende al posto di comando al fianco del padre. Dalla manica l'Atletica Rovellasca estrae però contemporaneamente un altro asso della velocità. Classe innata e fisico meraviglioso fatto apposto per correre, Sergio Taverriti è seguito, come Re, da Flavio Aberio. Nelle categorie minori ha una marcia in più: in Lombardia già da cadetto non ha rivali, in Italia è sempre sul podio e anche in maglia azzurra lascia il segno. Il suo giorno dei giorni arriva il 4 ottobre 1987, quando a Grosseto domina i 400 ai campionati italiani juniores, correndo in 47"84 e lasciando il primo degli avversari ad oltre mezzo secondo. Alla fine della gara ha un misto di gioia e di rabbia: con quel tempo, due mesi prima sarebbe entrato tranquillamente in finale agli Europei juniores di Birmingham, dove invece era stato il primo degli esclusi. Le potenzialità di Taverriti sono enormi. Ma anche lui per sfondare, per poter fare atletica a tempo pieno, non può restare in una società di provincia, che continua a vivere di quote sociali e di piccoli aiuti. Dovendo inoltre assolvere agli obblighi di leva, scontato arriva il passaggio a un gruppo sportivo militare, come era già stato per Moltrasio. E anche per Ruggero Corti, finito alle Fiamme Gialle senza avere troppa fortuna sportiva ma se non altro con un posto di lavoro pronto per il futuro. Nell'88, quindi, Taverriti approda nei Carabinieri, dove raggiunge l'amico Re, arrivato nella Beneamata l'anno prima. le strade dei due allievi di Alberio tornano dunque a incontrarsi, tuttavia il loro destino non sarà lo stesso: Mauro continuerà a essere uno dei migliori ostacolisti italiani e avrà modo di cavarsi ancora delle belle soddisfazioni, inseguirà e sfiorerà l'Olimpiade, inseguirà e vincerà il titolo italiano assoluto; Sergio, per vari motivi (non ultimi gli infortuni), scivolerà pian piano nell'anonimato. Succede, fa parte del gioco, nello sport e nella vita. Resta però il ricordo di un atleta che da giovane correva forte. Eccome se correva forte...

1989, vent'anni. Vent'anni dopo Città dei Messico, i Beatles, le contestazioni, gli attentati. Sembra davvero tutta un'altra era. E in effetti lo è. Anche l'Atletica Rovellasca è cambiata tanto. Dei ragazzi dei '69 è rimasto il solo Alberio. Già, proprio lui, quello che non aveva tanta voglia di alienarsi, che sembrava disinteressato all'atietica. Invece è ancora lì, in mezzo ai ragazzi, a spiegare loro/ con la stessa passione e competenza sempre più crescente, come si fa a correre più veloci,a saltare più lontano, a non abbattere gli ostacoli. Nel frattempo l'Atletica Rovellasca si è ritagliata uno spazio importante, anche oltre i confini regionali, e la stessa dirigenza inizia ad avere un certo peso politico in ambito federale. Certo, l'effetto calamita di qualche anno prima, quando la nuova pista aveva attirato frotte di ragazzi, pian piano si dissolve. Il calo demografico ma soprattutto la concorrenza con gli altri sport si fanno sempre più sentire e addio grandi numeri: il reclutamento, anche nei paesi limitrofi, diventa sempre più difficile. Comunque non ci si scoraggia, anche perché si continuano a raccogliere soddisfazioni. A salire in cattedra, oltre agli atleti dei settore Master, ora sono soprattutto le ragazze. Vanessa Maiocchi si mette in evidenza nel lancio dei giavellotto ed è due volte seconda ai campionati italiani Allieve. nel '91 e nel '92. Silvia Alberti, che pure eccelle nel giavellotto, sempre nel '92 stabilisce la miglior prestazione italiana Cadette di tetrathlon. Intanto il salto in lungo rivela una ragazza dalle caviglie esplosive, che subito in molti indicano come la futura primatista italiana. Che Silvia Pelonero abbia grandi doti non ci vuole molto a capirlo, basta vederla saltare. Però è sempre azzardato sbilanciarsi in simili previsioni con i giovani, la strada che porta al successo è lunga, piena di imprevisti. Lo sa bene Alberio, che infatti getta acqua sul fuoco delle aspettative pur sapendo di avere tra le mani un talento. Un talento che a 14 anni salta già a 5.60 e trionfa ai Giochi della Gioventù, a 15 vince il titolo italiano Allieve, a 16 sfiora il record italiano di categoria atterrando a 6.16. 1 suoi exploit stimolano anche le compagne di squadrai. ,Con lei, Silvia Perego, Loredana Sala e Silvia Alberti, l'Atletica Rovellasca conquista il secondo posto ai campionati di società Allieve di prove multiple ed è il miglior risultato di squadra di sempre. Le stesse atlete fanno incetta di titoli regionali, unitamente alle lanciatrici Ilaria Lamparelli e Barbara Moltrasio, alla quattrocentista Isabella Farina, alla marciatrice Daniela Gabaldi. Proprio sul più bello, però, ecco il temuto imprevisto. Durante una seduta in palestra, Silvia s'infortuna seriamente a una caviglia. Per un saltatore le caviglie sono tutto: è come se un tennista si fratturasse un polso o un lanciatore si rompesse una spalla. Si consultano gli specialisti, l'intervento chirurgico appare indispensabile. La decisione, come sempre in questi casi, non , è facile, anche perché non si può sapere a priori come andrà a finire. Comunque si opta per l'operazione. La ripresa è lenta, dura quasi un anno. Silvia finalmente torna a saltare, torna anche a vincere, si laurea campionessa italiana juniores indoor, ma nonostante l'impegno non è più la stessa cosa. Nel frattempo le compagne continuano a farsi onore. L'1 luglio 1995, a Cesenatico, Rossella Farina, ventenne velocista cresciuta nel Triangolo Lariano, è terza nei 100 agli Assoluti e conquista il posto nella staffetta azzurra per i Mondiali di Goteborg. E' la prima volta dell'Atletica Rovellasca nella rassegna iridata, ma Rossella in Svezia non ha fortuna: il quartetto italiano è squalificato per cambio irregolare. -Si consola il mese dopo sulla pista di Pescara vincendo il titolo tricolore Promesse a mani basse, ma li conclude anche la sua breve parentesi con la maglia rossoblù, durata solo una stagione, e passa alla Snam.

Ed eccoci ai giorni nostri. Giorni che continuano a essere carichi di soddisfazioni, di vittorie individuali e di squadra, a tutti i livelli. la presenza rossobIu sul podio più alto nei campionati provinciali e regionali è una costante fissa, oseremmo dire di routine. In pista, ma pure su strada e nei cross. E non solo a livello giovanile. Anche le finali nazionali e le maglie azzurre sono ormai diventate frequenti. A dare maggior soddisfazione sono naturalmente quelle che arrivano in un certo senso inaspettate. Come avviene il 14 giugno '97 a Grosseto, dove Isabella Farina, ragazza di Erba cresciuta nell'Unione Sportiva San Maurizio, tira fuori dal suo repertorio una gara perfetta e va a vincere al fotofinish il titolo italiano juniores dei 400, legittimandolo il mese dopo con il secondo posto nel triangolare under 19 Italia-Spagna-Ungheria e con il decimo agli Assoluti di Milano, dove con 55"66 fa segnare il miglior tempo stagionale della sua categoria. intanto, alle sue spalle, si fanno largo Fabrizio Schembri e Micol Cattaneo. Fabrizio eccelle nel salto in alto, ma anche nel triplo ci sa fare, al punto che gli bastano poche gare per ritrovarsi ai vertici nazionali; Micol, invece, brilla negli ostacoli, nella velocità e nei salti, in virtù di doti fisiche indiscutibili e di un'ottima tecnica. Il 1998 è per entrambi un anno d'oro. Vincono il titolo tricolore Allievi con prestazioni di assoluto valore ed è la prima volta che l'Atletica Rovellasca mette a segno una doppietta in un campionato italiano. Partecipano ai Giochi Mondiali della Gioventù, a Mosca, dove Fabrizio è medaglia d'argento con un gran salto a 2.12. Micol va anche alle Gymnasiadi di Shangai ed entra in finale sempre nei suoi 100 ostacoli.L'inverno sorride ancora ai due "ragazzini terribili", soprattutto a Micol, che si conferma numero uno sugli ostacoli tra le Allieve, vince anche il titolo di pentathlon, poi è finalista agli Assoluti. La stagione all'aperto, che si apre con la miglior prestazione italiana under 17 sui 150, è ancor più esaltante. La ragazza di Rovellasca è quarta in finale nei 100 ostacoli e medaglia d'argento nella 4x100 alle Giornate Olimpiche della Gioventù Europea in Danimarca, partecipa alla prima edizione dei Mondiali under 18 in Polonia, rivince il titolo italiano di categoria. Schembri, dal canto suo, paga un po' lo scotto dei primo anno tra gli juniores, ma nel salto in alto è pur sempre secondo ai campionati italiani indoor e chiude la stagione con un ottimo 2.16, mentre nel triplo centra il minimo per gli Europei di Riga, per i quali, però, non viene convocato. La stagione del trentennale porta poi due titoli italiani juniores per merito della giavellottista Alessia Cattaneo e il bilancio è dunque tra i più brillanti in assoluto nella storia dell'Atletica Rovellasca. Ma il 1999 porta anche uno dei momenti più tristi di questi trent'anni. Il 16 giugno, mentre i suoi compagni sono al campo ad allenarsi per preparare i primi obiettivi importanti, muore improvvisamente a 22 anni Isabella Farina, la ragazza dal bel sorriso e dai lunghi capelli, la ragazza che proprio tre anni prima, alle soglie dell'estate, sotto il sole caldo della Maremma, aveva conosciuto il giorno più bello della sua breve e promettente carriera. La si ricorderà per sempre così, sorridente sul podio di quel campionato italiano vinto a sorpresa, col rumore degli applausi in sottofondo.

Quante volte ci capita di dire: sembra ieri... Invece, sono passati magari già dieci anni. Eppure è vero, è proprio così. Lo dico dopo aver riletto il mio intervento sull'opuscolo con cui, nel 1989, celebrammo il ventennale dell'Atletica Rovellasca. Non tanto perché il tempo mi sembra volato (ed è proprio volato, credetemi ... ), quanto perché ciò che scrissi allora potrei ribadirlo oggi, senza cambiare una virgola. Perché continuare ancora - ebbi ' modo di sottolineare - in presenza di una continua lievitazione di spese ormai incomprimibili e in presenza di una crisi di reclutamento solo tecnico, ma anche dirigenziale. Oggi la risposta è la stessa di dieci anni fa. Continuiamo perché siamo animati non solo dalla passione per l'atletica e per lo sport in generale, ma anche "dalla consapevolezza di poter portare un messaggio di competenza ed entusiasmo, di onestà e di dirittura morale".

il plurale riguarda il sottoscritto e naturalmente tutte le altre persone - i dirigenti, i tecnici, gli atleti, i genitori - che hanno contribuito negli anni a farsi che la società che ho l'onore di presiedere diventasse un punto di riferimento fondamentale nel tessuto sociale rovellaschese. Non so dire se si può definire un'oasi, anche se a me, molte volte, lo sembra. Mi basta però sapere che a qualcuno - e so per certo che, oltre a me, qualcuno c'è -l'Atletica Rovellasca ha lasciato dentro qualcosa, ha regalato momenti lieti.

Sì, può avere anche cambiato il corso della vita. Per me sicuramente è stato cosí, visto che da 30 anni, seppure in ruoli diversi, ne condivido le sorti. E mi piace ora ricordare, in un rapidissimo flash, come fossero una meteora, i giorni dell'esultanza per un record battuto o per una vittoria importante, per una maglia azzurra o per un titolo italiano. I giorni dei successi, i giorni dei sorrisi sui volti di giovani con tanti sogni, ma anche di giovani consapevoli di non poter mai diventare campioni, contenti però semplicemente di venire al campo per crescere in un bel gruppo, per stringere amicizie, per imparare qualcos'altro dalla vita. Magari proprio loro, i meno dotati, sono quelli che si alienano di più e con più applicazione, non saltando mai una seduta, gareggiando tutte le domeniche "perché serve alla società". E ti fa un po' rabbia vedere i talenti, quelli che capisci subito che hanno i mezzi fisici per sfondare, fare magari flanella e buttare al vento possibilità illimitate. Ma va bene anche cosi, non abbiamo mai avuto - e mai l'avremo - la pretesa di costringere un ragazzo a venire ad alienarsi o a correre una gara se non se la sente. E in trent'anni, credetemi, qualche bella promessa ha indossato la maglia rossobIù. Qualcuno ha resistito, ha superato le difficoltà, gli infortuni, le delusioni. E ora può mostrare fiero il suo brillante curriculum, con la stessa fierezza con cui noi ne citiamo il nome, ricordando come primi passi li ha mossi proprio nell'Atietica Rovellasca, anche se poi ha cambiato casacca, e che i nostri tecnici sono stati determinanti nella sua formazione sportiva.

Siamo anche fieri, con i nostri risultati, di aver regalato al nostro piccolo paese un po' di notorietà fuori dai confini provinciali e regionali. Fa sempre piacere sentire citare, a Palermo come a Bolzano, il nome di Rovellasca legato a una vittoria importante o a un primato. E il merito, in quel momento, non è solo di chi consegue quel successo, ma di tutta la società: dei dirigenti, che hanno dedicato tempo ed energie (e non solo); dei tecnici, che si sono applicati con passione e competenza; degli altri atleti, che hanno aiutato il loro compagno con i consigli, l'antagonismo negli allenamenti, il conforto nei momenti difficili.

A loro tutti - a voi tutti, quindi - va il mio sentito ringraziamento. Ma permettetemi di ricordare anche chi ora non c'è più. E il mio pensiero non può non andare a Isabella Farina, che cosi improvvisamente ci ha lasciato quest'anno, in un caldo pomeriggio di fine primavera, proprio quando i nostri giovani, i suoi compagni, stavano iniziando a raccogliere i primi risultati importanti, frutto dei duro lavoro invernale che lei, per problemi fisici, non aveva potuto sostenere. Di Isabella ci resterà scolpita davanti agli occhi, per sempre, la gioia dì quel giorno a Grosseto, quando stupi tutti - noi compresi - vincendo il titolo italiano juniores dei 400. Ci manca tanto, ci mancherà sempre. la nostra atletica, che lei amava quanto noi, continuerà a vivere anche nel suo ricordo.

Il presidente
Enzo Campi

Avere nove anni e non accorgersi che il mondo stava cambiando. Avere nove anni e vivere serenamente felice: famiglia, scuola, compagni, oratorio, tutti positivi. E poi c'era un Burghé brado, vera palestra di crescita esistenziale. Che cosa vuoi di più? Avevi tutto, poco o tanto che fosse, e non volevi altro. Il pallone era un mezzo (e non ancora un fine): lo giocavi con un po' di serietà nella Victor; lo godevi, in modo sfrenatamente libero, in Burghé. E ti bastavano pochi amici per sentirti un eroe. Poi, pian piano, ti accorgesti che quattro fanatici ti stavano rubando il tuo territorio, eludendo la tua compagnia. Chi correva lungo il perimetro e, ogni tanto, riappariva sempre più sudato; chi buttava palle di gomma o di metallo; chi si slanciava sempre più lontano e chi "volava verso il cielo". Ma si divertivano come noi? A nove anni non potevi capirlo; ma per faticare così tanto, qualche interesse dovevano pur averlo. Qualche anno dopo, però, capisti che il semplice divertimento "sale della gioventù" non basta più per "diventare grandi. Occorreva l'impegno, quella capacità a misurarsi e a misurare, per riscoprire se c'erano valori, attitudine, abilità nel proprio agire. E, soprattutto, per riconoscere gli inevitabili limiti.

Occorrevano volontà e costanza, per provare e riprovare ad andare avanti senza farti abbattere dalle delusioni, fino al limite delle tue possibilità. Intanto, primo o ultimo che tu fossi, sentivi che il tuo corpo migliorava continuamente in scioltezza, elasticità e rispondenza ai comandi della volontà, protesa verso sogni sempre più ampi. E imparasti a diventare adulto. Era il 1969 quando anche a Rovellasca ci fu un "exploit'" di iniziative: nuoto, volley, atletica. Oggi tutte trentennali. A loro, così come a tutti quelli che inseguono sogni positivi, va il grazie di tutta la comunità per aver ricercato, perseguito e prodotto valori educativi. E anche risultati e successi: provinciali, regionali, nazionali o, persino, internazionali, tali da esportare il nome di Rovellasca in ogni dove.

E qui è l'Atletica a svolgere la parte dei leone. Nata dallo "spirito dei 1968", ha saputo celermente aggregare uno stuolo di giovani e giovanissimi, desiderosi di cimentarsi in tutte quelle attività primordiali, tanto naturali quanto lo sono i bisogni primari dei vivere. Soddisfazione dei bisogno, gioia per il superamento delle difficoltà, ambizione di fare meglio e, pure, divertimento. E il gioco diventa sport e tu impari a controllare il corpo e la mente, riuscendo a socíalizzare in modo spontaneo. Grandi meriti dopo grandi sogni e, qualche volta, grandi risultati. Importanti, perché propedeutici al continuo proselitismo di nuove leve.

Trent'anni di attività e di attivismo fra cento ostacoli e mille fatiche, sempre con l'anelito di vedersi travolti dalle difficoltà e di non poter arrivare al più bello dei traguardi: quello di "catturare" tutti i bimbi di Rovellasca per aiutarli a diventare liberi e coscenti del proprio futuro. Ma così è la vita Non ti può dare tutto, subito o quando lo vuoi tu, pur se lo meriteresti.Occorre tempo, pazienza, propagazione del consenso coscente. Questo è il nuovo traguardo, quello che vi proponiamo per il prossimo trentennio. E, mentre vi plaudiamo per tutto l'itinerario passato, vorremmo essere attivamente con voi, per il sogno futuro.

dott. Francesco Cattaneo

L'Associazione Atletica Rovellasca celebra il trentesimo anno di fondazione e nello stesso tempo brinda a trent'anni di successi. La storia dello sport italiano è ricca di vittorie prestigiose, frutto diretto e naturale dell'attività di migliaia. di società sportive, di centinaia di migliaia di dirigenti volontari, e ancor più è ricca di milioni di giovani avviati alla pratica sportiva e alla crescita civile.

L'Atletica Rovellasca si inserisce in questo quadro in posizione di vertice provinciale e nazionale e spesso viene portata a simbolo positivo. l'attività sportiva può essere svolta in clima di "mordi e fuggi", di consumo rapido, qualche volta anche con risultati agonistici positivi. Ma non è questo l'associazionismo sportivo, non è questo l'Associazione Atletica Rovellasca, che ha sempre voluto, cosi come tuttora vuole, la crescita dei bambino, dei ragazzo nel consesso civile prima ancora della vittoria.

E' per questo che partecipo con gioia alla festa per i trent'anni, felicissimo per la scelta di ricordarli con una pubblicazione che riepiloga i momenti più significativi. 

Alberto Botta
Presidente Provinciale CONI

Trent'anni di atletica a Rovellasca. Trent'anni, una vita! Trent'anni di speranze, soddisfazioni, gioie, ma anche, ed è naturale, di delusioni. Trent'anni di impegno, sacrificio, passione. Trent'anni di lotte, sostenute anche dallo spirito di sopravvivenza ma sempre alimentate da un'inesauribile fiducia. la speranza è l'anima della vita; senza di essa, l'uomo muore, s'imbruttisce, falliscel'obiettivo fondamentale: vivere! Mai più di oggi, in una società moderna cosi 'confusa e spaesata' che pare aver perduto i propri orizzonti e, persino, i punti cardinali di orientamento siano essi umani che civili, occorre aver speranza: negli uomini (che recuperino un corretto orientamento sociale), nei cittadini, nelle istituzioni (che escano finalmente dal loro stato di latitanza), nel buonsenso degli operatori sportivi (che sappiano indicare comportamenti coerenti e formativi). fl mondo dello sport e le associazioni dilettantistiche che ne costituiscono la linfa, sono inseriti (per fortuna) nella società civile, perché ne sono la logica espressione nonché l'indispensabile strumento educativo. Tutto questo mondo (quello dello sport), che ha dimostrato sempre, nell'impegno quotidiano, un instancabile atto di fede sull'importanza dei valori sportivi, è chiamato ora a dare un'ulteriore prova di sè. Dare speranza, ogni giorno, operando con abnegazione e tenacia soprattutto contro i possibili momenti di scoramento, che nascono dalla sensazione di non- essere compresi.

Dieci anni fa, sull'opuscolo che celebrava il ventennale, chiudevo il mio breve intervento affermando che perseverare nell'attuare il proprio impegno statutario, sia educativo che agonistico, avrebbe significato vincere la prova più importante, ancor più aspra di tante gare in pista, e che questa vittoria avrebbe significato entrare nella storia di Rovellasca. Oggi possiamo affermare che, grazie all'impegno di tutti (dirigenti, tecnici e atleti), l'atletica è entrata di diritto nella storia dei paese (e non solo). Generazioni di bimbi, adolescenti e ragazzi hanno usufruito e goduto dell'esistenza, fondamentale, dell'Atletica Rovellasca. E' difficile stilare bilanci. Certamente sotto l'aspetto agonistico, misurato in risultati, il bilancio è eccezionale. Ma è l'altro bilancio, quello educativo e sociale, che diventa difficile da quantificare. E' chiaro, è difficile per gli "altri", ma non certo per gli addetti ai lavori. Per noi, uomini di sport, è un bilancio altrettanto eccezionale: ma per gli "altri'? Spesso a parole ci confortano con il loro consenso, ma nei fatti? Istituzioni e genitori traducono in azioni propositive questi loro pronunciamenti? il presidente Enzo Campi mi ha richiesto questo intervento per riaffermare la bontà, l'assoluta necessità, per un organismo in crescita di praticare attività fisico-motorie-sportive e, di riflesso, per sottolineare la valenza socia le dell'opera svolta dall'Atletica Rovellasca. E l'intento era quello di ribadire come l'organismo umano sia stato strutturato per il movimento e come, nell'affinare questa sua programmazione biologica con impegno costante, possa raggiungere il proprio equilibrio psico-fisico dì adulto. Avrei potuto svolgere una dotta dissertazione tecnico scientifica. Ve la risparmio.

Ritengo che, in linea generale, tutti siano ormai convinti dell'importanza educativa, formativa e sanitaria delle attività motorie. Credo che ciò sia, ormai, diffuso patrimonio culturale di tutti: genitori, insegnanti, istituzioni. E' però importante capire che fare sport è qualcosa in più dei solo movimento. Lo sport è sì movimento ma, nella sua essenza, prevede indissolubilmente divertimento e competizione. Pertanto affermiamolo senza pudori: non c'è sport senza agonismo. L'agonismo è la versione controllata delle aggressività di ogni individuo. L'aggressività è un'energia umana naturale, necessaria per ogni realizzazione concreta ma suscettibile, in teoria, di degenerare in senso sociale. Lo sport garantisce la canalizzazione di tale energia, solo potenzialmente pericolosa, in schemi controllati e vantaggiosi.

Se l'aggressività è paragonabile alla forza bruta di una cascata, l'agonismo è paragonabile a un bacino idroelettrico che scongiura ogni pericolo e, addirittura,sfrutta tanta energia in favore della società. L'invito allo sport comprende l'invito a sfogare le cariche aggressive: ciò, però, non deve essere frainteso nel senso che lo sport favorirebbe la violenza. Tutt'altro. Lo sport è l'unica attività umana in cui, chi la svolge, deve poter passare bruscamente dalla grinta più spietata al totale controllo di se stesso (in rispetto dei suono di un gong, dei fischio di un arbitro, o di un traguardo qualsiasi), cioè a quel comportamento socievole, aperto, ubbidiente, che è appunto tipico della gente di vero sport. Una simile altalena tra poli così distanti è prerogativa dello sport, il quale è dunque tutt'altro che palestra di violenza, e può, invece, definirsi scuola di equilibrio.

Perché mi sono dilungato su questo concetto? Perché per una società sportiva, oggi gestire il movimento agonistico all'interno di un sano e corretto percorso educativo è diventato sicuramente più difficile: occorre sempre più professionalità nei dirigenti, nei tecnici, nei preparatori. Senza professionalità aumenta a dismisura il rischio di commettere errori. E' vero però che professionali si diventa con lo studio, l'aggiornamento, l'esperienza. Impostare il percorso, la carriera agonistica di soggetti in età evolutiva, richiede l'applicazione costante (oserei dire quotidiana) di un patrimonio di conoscenze complesse e variegate. Aspetti psicologici, pedagogici, sociali, fisiologici, medico sanitari si intrecciano continuamente fra loro; non esistono ricette perfette: ogni, ragazzo o bambino, costituisce, in questo senso, un'individualità assoluta.

E proprio perché Individuo", avrà un suo ideale momento biologico di "inizio" (quasi mai corrispondente a un dato anagrafico), avrà un proprio livello di adattabilità funzionale e strutturale dei sistema muscolo-scheletrico e dei sistema metabolico, avrà una propria "maturità" psicologica e caratteriale; avrà un proprio specifico "entourage ambientale" che ne condizionerà necessariamente i comportamenti (genitori, docenti scolastici, amici).

Temi come: lo stato di maturità biologica, le relazioni fra allenamento sportivo e accrescimento o sviluppo, le indicazioni e le controindicazioni all'agonismo nell' infanzia e nel l'adolescenza, l'importanza dei rapporto fra crescita, sviluppo e capacità prestative (necessario per avere corrette indicazioni sulle attività sportive da far praticare), sono aspetti fondamentali che, all'interno di un'associazione sportiva, devono sempre essere tenuti in considerazione. Ma non basta, devono essere anche professionalmente identificati, sviscerati e applicati nella pratica quotidiana. Costruire "professionalità" al proprio interno, per un'associazione, costa: costa in energia umana e intellettuale, costa tempo, costa denaro.

Il futuro di un'associazione sportiva dipenderà pertanto dalle sue capacità di continuare a reclutare risorse umane, ma anche, soprattutto e purtroppo, risorse economiche; in questo senso si vedono nubi all'orizzonte: si sentono discorsi favorevoli allo sport di massa, contrari all'agonismo. Tutto ciò è ipocrisia. Di più, pensare di investire sul movimento al di fuori dello sport, a mio parere, è pura demagogia. Ecco quindi ritornare il concetto di speranza: sperare che finalmente si comprenda parte di tutti i soggetti sociali) come l'investimento economico in una società sporti va professionale significhi scommettere sul futuro della nostra società civile; sperare che le risorse economiche destinate allo sport, quello vero e praticato, siano viste come proficuo investimento e non come semplice spesa per favorire divertimento sperare così che l'Atletica Rovellasca possa scrivere altri trent'anni di storia.

Forse questo discorso sulle speranze può apparire troppo ecumenico o poco sportivo. Nello sport, infatti, è difficile che avvengano miracoli: i risultati nascono sempre dall'applicazione, dall'impegno, dalla fatica quotidiana. Ma il cambio di mentalità, oggi, lo sport lo chiede agli "altri". Ecco perché possiamo solo sperare.

Forza, continuiamo a sperare: del resto, è risaputo, "Spes, ultima dea".  

Specialista medicina dello Sport,
medico sociale dell'Atl. Rovellasca
Dott. Claudio Pecci

C'era una volta un ragazzo che tentava di lanciare il disco, si chiamava Mario Barzaghi. C'era una pedana disegnata per terra sul viale dei parco. I suoi lanci, corti, disegnavano traiettorie particolari, tanto che i rami di alcune piante vicine subivano una potatura involontaria. Mi capitava di passare di lì la sera. E, un po' per salvare le piante un po' per recuperare il disco che per la verità andava un po' storto, ho cominciato a dire a Mario di tirare più piatto: tieni la mano così, il piede così, le spalle più alte... Sono stati questi i miei primi consigli da allenatore, che venivano dai ricordi delle mie esperienze nei primi Giochi della Gioventù, dove nel getto del peso ero arrivato sino alla finale nazionale di Roma. Che fine ha fatto Mario Barzaghi? E' diventato enologo, si interessa di vini, e ha messo su famiglia in Piemonte, dalle parti di Ghemme.

In quegli anni il parco era il nostro centro sportivo e i viali erano la nostra pista. Avevamo misurato tutti i giri possibili e sul viale Trieste (che era il più dritto, ma anche il più lungo), ogni 10 metri avevamo messo una tacca di riferimento. La prima generazione di velocisti dell'Atletica Rovellasca si è sfidata su questi viali e, cronometro alla mano, Enzo, Corrado ed io facevamo i nostri primi passi e le nostre prime esperienze sportive. Un po' più complicato era quando dovevamo usare gli ostacoli. Bisognava prenderli dalla palestra, caricarseli in spalla, portarli sul viale, misurare le distanze. Ma, soprattutto, stare attenti che qualcuno in bicicletta non ci finisse addosso: dei resto, il viale era di tutti. In mezzo al parco, tra le piante c'era una rudimentale pedana per il salto in lungo. La buca della sabbia, però, fino a una certa ora veniva usata dai bambini, che vi potevano giocare fino a metà pomeriggio, e quindi noi dell'atletica non potevamo che usarla dopo.

Un momento un po' particolare è sempre stato il giorno dei Giochi della Gioventù, in genere a inizio maggio. Sul campo di calcio dovevamo creare una sorta di pista, utilizzando fettucce di tessuto e dei chiodi: ci voleva tutta una mattina per allestirla e come ci arrabbiavamo quando qualche ragazzo strappava i bindelli di tessuto così faticosamente inchiodati per terra. Di quegli anni ricordo ancora alcuni ragazzi particolarmente bravi, dai soprannomi curiosi, come "Yeye" Valerio Pasqual, che insieme ai tre fratelli era una presenza costante al parco. C'erano poi "Fefè" (Giuseppe Cattaneo, buon saltatore in alto), "Teti" (Stefano Carugo), il simpaticissimo 'Tumino", bravo nel lancio dei disco e sempre impegnato a sfidare "Atta" (Massimo Attanasi).

Naturalmente nascevano molte storie d'amore tra adolescenti. Le conoscevo tutte e un po' li prendevo in giro quei ragazzini. Alcune "cotte" si sono concluse bene: la Luisa (Ghezzi) si è sposata coi Riccardo (Lodigiani), un matrimonio tra ostacolisti; Maria Zaffaroni, invece, si è sposata con Loris Franza, due velocisti. Non posso poi dimenticare chi se ne è andato troppo presto, strappato dal destino: Luisa Pedersini, brava ostacolista; Massimo Marnoni, pesista di Bregnano; il velocista Luciano Castelli; Alessandra Carugati, ottima saltatrice in lungo; infine Alessio De Bortoli, che lanciava il disco. Li ho sempre vivi nella mia memoria, anche se sono passati molti anni.

Nella storia dell'Atletica Rovellasca un nuovo capitolo si aprì all'incirca una quindicina d'anni fa, quando il velocista Emilio Moltrasio entrò in nazionale e rischiò di andare alle Olimpiadi. A Rovellasca venne finalmente costruito il centro sportivo, con palestra e pista sintetica. Fu un grande momento, che ci caricò anche di responsabilita' : non avevamo più scuse, con la pista dovevamo per forza raccogliere risultati. E così è stato. Dopo Moltrasio vennero Mauro Re, Sergio Taverriti e Claudio Zanon, tutti vincitori di titoli nazionali nelle categorie giovanili. Con loro si affermò il piccolo miracolo dell'Atletica Rovellasca, che dimostrò come anche in un piccolo paese di campagna, con un po' di ambizione e tanta buona volontà, si potessero tagliare grandi traguardi. Ora che sono passati trent'anni mi volto indietro e mi accorgo che anch'io, piccolo allenatore di campagna, sono cresciuto, imparando un po' da tutti. Si, è stata una grande scuola di vita.

Flavio Alberio

1969-1999: un compleanno da condividere con il sottoscritto, visto che di anni ne ho appena compiuti 32. E più di 20 li ho vissuti in questa "famiglia", la mia seconda famiglia, con la fortuna e la gioia di godere assieme tanti momenfl belli, come quando si andava in pullman ai campionati italiani o alle gare regionali e ogni trasferta era una festa. Da quando ho iniziato, nel '76, l'atletica è stata l'unico "amore" della mia vita sportiva. E più crescevo, più mi piaceva, non ne potevo fare a meno. lo mi accorgo dei tempo che passa solamente quando compio gli anni, o quando li compiono gli altri, o quando mi tornano in mente le gare e le vittorie importanti, o quando gli amici mi ricordano dei titolo italiano vinto nel '95, dei titolo mondiale militare conquistato nell'89, dei campionato italiano juniores dell'86, dei record allievi dell'82, della mia prima maglia di campione provinciale. Quand'era? Mi pare il '78, sì era il '78. Mamma mia, ne è passato di tempo. Ma nonostante ciò, posso ancora condividere quei momenti con alcuni amici dei campo, anche se siamo rimasti in pochi a ricordarli, a ridere pensando a quando gli allenatori correvano con noi atleti e si andava al "piantone" a fare le salite, in una ventina almeno. Adesso si va in 5-6, dietro la palestra...

Sono stato fortunato. Grazie all'atietica ho girato il mondo. Ho conosciuto tantissime persone, ho imparato l'inglese. Mi sono anche infortunato, decine di volte, e non sempre per colpa mia. Ma ogni volta sono tornato più forte e temprato di prima,pronto a una nuova sfida. le sfide più dure ho dovuto affrontarle con i miei muscoli.Ma tutto si dimentica quando ti ritrovi ai blocchi di partenza. Magari lì, per un attimo, ti assale la paura. Ti chiedi: a chi passo la palla, adesso? Non c'è nessuna palla da passare, giochi da solo e se vinci prendi tutto, ma sè perdi, in pista, non puoi dare la colpa a nessun altro. Già, la pista. Meno male che anche noi abbiamo la pista, un gran bel centro sportivo, anche se con qualche crepa. Ci ha portato dove siamo arrivati, dove sono arrivato. Se penso ai primi anni, quando tutto questo non c'era. Si andava al parco, sul viale. Certo, adesso è tutto rifatto, asfalto nuovo, cordoli nuovi.Ma un po' di anni fa c'erano strisce bianche ogni 10 metri, per 300 metri, e noi "pionieri" dell'atletica, non solo di Rovellasca, correvamo proprio lì, stando attenti agli incroci e ai cani che ci rincorrevano. Al parco, gli ostacoli - che sono poi la mia specialità - li fissavamo con i chiodi all'asfalto; adesso invece tutto è diventato più semplice. E anche ai raduni azzurri in Australia non ti devi portare da casa i blocchi di partenza! Quanti bei ricordi, quante esperienze ho vissuto grazie all'atletica.

Rammento ancora oggi i primi raduni lontano da casa e dai genitori, a 14 anni, i primi confronti con atleti di altre regioni. Per un ragazzo timido come me, ogni nuova esperienza era sempre un po'traumatica, ma mi ha dato una sferzata che mi è poi servita nella vita. L'atletica mi ha regalato anche due grandi amici, Fausto e Gigi (Frigerio e Bertocchi, anche loro ostacolisti). Con loro ho condiviso forse i momenti più belli, gratificanti e divertenti. Anche delle clamorose sbornie: beh, fanno parte pure quelle dei ricordi, dei mio bagaglio di esperienze, non per forza negative.

Se ancora penso a come ho iniziato a fare atletica... Due compagni un giorno mi portarono al parco dicendomi che praticavano il lancio dei peso e la velocità, che c'erano tanti ragazzi e ci sì divertiva un sacco. Ok, proviamo. Dopo due mesi loro smisero. lo invece sono ancora qui, come allora. E sinceramente non riesco a pensare a come sarei, a cosa avrei fatto se non mi fossi innamorato dell'atletica. Avrei continuato a studiare, avrei trovato subito un lavoro, avrei fatto come alcuni miei compagni di scuola, che oggi dirigono uffici e grandi centri commerciali? Chissà...

L'atletica è il senso della mia vita, è il mio lavoro e questo lavoro mi piace tantissimo. Non è facile trovare un impiego che ti diverta, che ti dia la possibilità di visitare Paesi stranieri. Certo, tutto questo non lo ho avuto gratis. Ho dovuto impegnarmi sin da giovane, forse rinunciare a qualcosa, alienarmi tutti i giorni, domeniche comprese. E ho lasciato un po' in disparte anche lo studio: questo un po' mi dispiace. Oggi comunque ho ancora voglia di alienarmi e di gareggiare, di migliorarmi, di vincere. So che è sempre più difficile, sono sicuramente logorato da più di 20 anni di attività ad alto livello, ma mi dà sempre fastidio arrivare dietro e questo mi sprona, ogni giorno, a sudare in pista e in palestra, a cercare di mettere in pratica i consigli di Flavio, da sempre il mio unico allenatore, al quale devo buona parte dei miei successi.

Mauro Re

Nel momento in cui il proprio figlio inizia a praticare uno sport, sorge sempre la preoccupazione che trascuri la scuola, le altre attività e, perché no, anche la famiglia. Ma quando si vede che il proprio figlio raccoglie le prime soddisfazioni, si capisce che il suo sacrificio viene premiato e, allo stesso modo, viene premiata la sua passione. Ed è proprio la passione che lo porta a continuare. Ma se questa passione prevale su quelli che sono i "doveri" di un giovane?

La fiducia verso il proprio figlio è fondamentale, affinché si senta responsabile delle sue scelte e sia pronto ad affrontare, anche da solo, alcuni errori. Se la passione per l'atletica è forte, non lo allontanerà dai suoi compiti perché, proprio in quanto passione, si "fonde" omogeneamente con tutti quelli che sono gli stadi della crescita: si, perché praticare uno sport non significa solo sviluppare la muscolatura, ma significa anche maturare. Situazioni positive e negative, nell'ambito sportivo, aiutano a capire come affrontare poi le situazioni della vita.

E' importante che la famiglia viva contemporaneamente le soddisfazioni dei figlio, sia partecipe, ma non per questo deve lasciarlo all'oscuro di alcuni problemi che possono sorgere. I genitori sostengono l'attività dei figlio anche finanziariamente, perché praticare uno sport, inevitabilmente, ha i suoi costi: è giusto presentare al figlio quelli che possono essere i sacrifici che anche la famiglia compie; renderlo consapevole di tutto ciò che occorre per allenarsi, gareggiare, per sostenere alcuni costi che la sua società non può sostenere.

Con speranza e fiducia si cerca di sviluppare la passione del proprio figlio, l'hobby, l'affiatamento per l'atletica, senza nascondere quegli aspetti che potrebbero poi farlo pentire di aver -intrapreso un'attività agonistica. Onestà e fiducia prima di tutto. il possibile successo resta esclusivamente all'atleta: i genitori ne restano esclusi ma ne sono fortemente coinvolti.

Gabriella Bergna

Per ovviare alla storica carenza di impianti nelle scuole elementari, all'inizio degli anni 70 un assessore di Torino ricorse a una struttura mobile. Quel camion corredato di tutto punto sembrava un moderno carro di Tespi. Vi sostavano, a pieno carico, materassini e poi ritti, un'asse di equilibrio e qualche pallone, perché i momenti ludici... mai devono mancare. Nelle scuole interessate al progetto la cosa piacque, sembrava che in quel minestrone gli ingredienti ci fossero tutti, e fossero tutti saporiti. Ma la cosa nacque e spar1, a fine anno, senza che nessuno ne lamentasse la scomparsa. In quel medesimo 1971 una legge (la 820) differenziava la scuola fra tempo pieno e tempo definito e poneva il problema dell'insegnante specialista. Si sosteneva da più parti che il docente diplomato all' Isef desse maggiori garanzie perché i contenuti dei suo sapere erano più ampi. Per la prima volta emersero termini orribili (ma di meglio non c'era) come la interdisciplinarietà, per alcuni insegnanti considerata vitale. Un educazione fisica incarnava l'ibrido interdisciplinare e il fatto, come si scrisse, doveva passare dal livello formale (qui il termine va inteso come burocratico, nel senso delle circolari ministeriali) a quello sostanziale. L'educazione fisica doveva farsi, per dirla con termini odierni, "trasversale".

Per arrivare all'educazione motoria bisognava attendere il 1985, non soltanto a Torino, ma la questione si fa, da quel momento, lessicale. Si continua a cambiare i termini nel sego di Tomasi di Lampedusa. Il suo Gattopardo, ricorderete, era straordinario nella capacità di fingere di modificare la realtà affinché nulla in effetti mutasse. Sorte simile subiva la psicologia dello sport, perché pochi avevano orecchi per intendere e forse nemmeno per ascoltare. Disciplina in Italia mutuata da approfonditi studi psichiatrici di chi se ne era amabilmente appropriato (il professor Antonelli, bon vivant oltre che docente di qualità), la psicologia dello sport investigava allora i disturbi della personalità, cercava di capire la nikefobia (paura di vincere) e attribuiva curiose valenze a chi si produceva in sfor2i a ogni età. La motivazione a fare sport, ad esempio, non aveva mai istanze borghesi (quelle di inizio secolo, legate al piacere, loisir in francese, leasure in inglese) ma esclusivamente pulsioni di riscatto sociale. Lo sport era un sistema per uscire dai ghetti. Peccato che, da noi, portoricani e messicani non ce ne fossero, anche se li avremmo volentieri ospitati nei nostri oratori che, pian piano, purtroppo iniziavano a svuotarsi. Curioso, per la prima volta negli anni 70 si sperimenta la ginnastica unisex, senza apparenti pregiudizi (gli spogliatoi rimangono chiaramente separati); In alcune classi sperimentali delle medie superiori, maschi e femmine danno vita a una modalità relazionale dei tutto positiva, i rapporti tra i due sessi vengono agevolati. Come spesso accade, la modalità viene abbandonata, ma qualche benefico effetto permane. Prima di allora, ad esempio, si parlava di giochi o giocattoli solo maschili e altri, di converso, esclusivamente femminili. Tra le discipline che generavano confusione figuravano il judo e il karate, a dimostrazione di un'ignoranza totale dei comparto arti marziali, che l'Oriente, secoli fa, ha culturalmente scorporato dalle attività guerresche. Da tempo sono espressioni collegate a un'efficace simulazione, pur nell'identità di alcune discipline che continuano a impiegare la forza altrui per indirizzarla contro chi la esprime. Grazie a questi assunti, anche le ragazze vivono il karate come pratica formativa perché acuisce la coordinazione globale, la prontezza di riflessi, la percezione dei corpo e, più in generale, un grande equilibrio psico-fisico.

In generale negli anni 70 comincia a passare il concetto che occorre uscire dagli schemi, sino ad allora vissuti come gabbie. La si chiami educazione fisica, ginnastica o sport, poco importa; fondamentale è sapere che quell'attività che chiamiamo come ci pare risponda al bisogno di movimento di ciascun individuo. Sempre negli anni 70 si comincia a parlare di sport al femminile, dopo aver verificato quanti e quali tabù accompagnassero le ragazze che propendevano per il calcio o per il ciclismo. Fossero o meno questioni di muscoli ipertrofici (per la bici) o di sospetta mascolinità (per il pallone), si faticava ad ammettere persino la donna in atletica leggera, nonostante i tempi di De Coubertin e della più sfrenata misoginia fossero ormai lontani. Per buona parte degli anni 70 il binomio donna e sport appare difficile. La donna è vittima - come sostiene Salvini - di due tipi di pregiudizio. Da un lato c'è l'apparente conformità (proprio perché pienamente donne non possono aspirare a coprire ruoli non predisposti per loro, ma solo maschili) dall'altro la devianza (se mai diventano capaci di ricoprire, nello sport, ruoli maschili, mettono comunque in gioco la loro femminilità). Sino alla metà degli anni 80 lo sport al femminile viene perciò giudicato idoneo, utile se viene scelto e controllato dalla famiglia e finché si limita a un'esperienza ludica. Viene vissuto - bontà dei genitori di allora - come un'opportunità per i suoi contenuti psicomotori, ma guai a inserire nel discorso una logica agonistica. Quest'ultima, soprattutto durante la crescita, avrebbe invalidato lo stereotipo della femminilità in termini sociali e soprattutto l'identità di "genere" della ragazza agonista.

La psicologia dello sport asseconda con qualche riserva questi presupposti. L'agonismo al femminile, ad esempio, può accentuare l'insicurezza, l'inquietudine e la somatizzazione ansiosa. Oggi di questo si ride, ma allora era possibile leggere frasi dei tipo "tutte conseguenze che possono indurre la giovane atleta a rifugiarsi morbosamente nella pratica sportiva vissuta come realtà sovraccarica di significati simbolici". La svolta, in termini unisex, coincide con lo sviluppo e il boom dei fitness, inteso come pratica fisica allargata, e non solo in palestra. Le rinnovate abitudini - a partire dall'abbigliamento, gli anni 80 garantiscono che una donna è elegante anche in tuta da jogging - fanno sì che uomini e donne superino di slancio alcune delimitazioni di ruolo. Nascono nuove opportunità di definizioni sociali, con la donna che entra e si radica in ambiti tradizionalmente di competenza maschile. Un esempio per tutti il volontariato, e non solo nello sport, fa sì che le donne guidino i pulmini, e magari il compito di approntare le torte sia affidato ai mariti, per definizione "non tutti pasticceri".

La donna e lo sport (o l'attività motorio-sportiva, in qualche modo pari sono) fanno i conti con il concetto di benessere e di qualità della vita. La riduzione dei fenomeni tumorali. il rafforzamento dei sistema immunitario, il miglior funzionamento dei sistema ormonale: ecco tre buoni esempi di come lo sport interagisca a favore della salute e dei benessere e, soprattutto, garantisca uno stile di vita sano. Soprattutto a livello psicologico, e qui il discorso si amplia ai maschi, l'esercizio fisico abituale è associato alla riduzione degli stati d'ansia e di lieve depressione, con un incremento dell'autostima. Il tipo di sport praticato è un fattore che incide e le aspettative (divertimento, bisogno di compagnia, voglia di stoppare lo stress) influiscono non poco. Le donne, in particolare, continuano a segnalare la necessità di controllo dei proprio peso corporeo come una componente primaria. Un dato che l'atletica leggera terrà in buona considerazione è, per la donna, il miglioramento dei livello di autostima che si collega alle prove di mezzofondo e di fondo. Di contro, la donna vive male l'interval training: invece di rilassarla, di ben disporla all'allenamento, questa tecnica è mai sopportata perché - si legge in quegli anni - "non ha in sè alcuna dose di divertimento". In compenso la pratica fisica giova alla donna nei periodi di vita in cui è costretta a fare i conti con la rapida evoluzione corporea. la buona condizione fisica aiuta a superare i conflitti con il corpo, anche nei casi di gravidanza in cui l'esercizio fisico riesce a determinare vantaggi, in termini di umore. Guai, sempre nel comparto femminile, a parlare di attività fisica coatta o che sia motivo di stress. Nel caso dell'agonismo, occorre che le richieste prestative non siano troppo elevate, soprattutto nell'età dello sviluppo. Di soldi si parla poco anche nel calcio dove l'esplosione dei guadagni ha inizio dopo il Mundial spagnolo vinto dagli azzurri nel 1982. Tra tutti gli sport il più "acqua e sapone" permane l'atletica leggera, dove si usa chiedere e non pretendere. Ma l'atletica, in quanto generatrice di ogni altra disciplina sportiva, ne mette al mondo molte, forse troppe.

La psicologia dello sport negli anni '90 si indirizza allo studio della personalità degli atleti e investiga sostanzialmente le differenze, in chiave psicologica, fra atleti e non atleti e all'interno di queste due classi, fra maschi e femmine. Questo in linea generale; in particolare nascono progetti a favore dei bambini che prendono avvio da lontano: il più datato è "Bambini in pista" (1988) promosso dall'Assessorato allo Sport della Provincia di Milano che dà vita anche a "Sportinsieme" (1993) e "Sportamico" (1994). Di stretta derivazione è il più recente "Amicosport" voluto dal Comune di Venezia. Questi strumenti di lavoro sui bambini di quarta e quinta elementare muovono tutti da questionari che mirano a rintracciare che cosa, quando e perché abbia determinato una o più passioni sportive praticate, il rapporto dei genitori e degli insegnanti con lo sport o le discipline sportive. Ai questionari si unisce la possibilità di disegnare gli sport preferiti. L'indagine sui bambini in area veneta (1999) ha evidenziato che non esistono differenze significative rispetto al sesso per cui l'antico pregiudizio che vuole lo sport fenomeno di mascolinità è definitivamente caduto. Diverte annotare come le scelte della disciplina da praticare siano esclusivamente dei ragazzi (senza interferenza alcuna di parenti e amici) mentre allarma verificare il pensiero dei ragazzi sul rapporto sport-scuola. Chi si figurava che lo sport facesse essere più bravi a scuola, si sbaglia, per diretta ammissione degli interessati, che non ci credono. In generale per i ragazzi sport è oggi richiesta di divertimento, di gioco, con la possibilità di identificare il loro modello negli eroi della domenica. Il mondo degli adulti, di converso, non considera ancora lo sport un vero strumento educativo. Preferisce viverlo come momento di delega, con i figli lontani dai pericoli, dalla televisione, dai videogiochi.

La psicologia tenta, negli anni più recenti, di studiare il rapporto fra i tratti di personalità e la scelta di sport operata dal ragazzino. Lotta, boxe, hockey su ghiaccio, football americano fanno pensare a caratteri aggressivi, ma la violenza virtuale che emerge da questi sport dice piuttosto il contrario: la loro pratica incanala l'aggressività, dandole una valenza positiva. Ulteriormente, si pensa che siano i caratteri estroversi i più adatti a frequentare gli sport di squadra, per la maggiore capacità di accettare le regole del gruppo, ma cosi non è. L'estroversione nelle relazioni non è il carattere dominante, semmai contano la capacità di relazionarsi come persona leale, coraggiosa, che per il gruppo si batte sino all'ultima stilla di sudore. Anche scegliere uno sport piuttosto che un altro, è ritenuto un falso problema: perché anche la pratica di uno sport individuale garantisce la presenza in un gruppo. la questione adolescenziale negli ultimi decenni non è certo stata posta al centro dell'interesse generale: i giovani si percepiscono in una posizione di marginalità sociale, al confine fra il gruppo dei bambini, al quale non appartengono più, e quello degli adulti, al quale non appartengono ancora. I ragazzi in questa situazione tendono a sentirsi privati dell'identità di ruolo, a soffrire di instabilità emotiva, di timidezza alternata ad aggressività, di tensioni e di ansia. Nell'adolescenza la costruzione e la crisi di identità sono dei tutto nuove alla fine dei XX secolo. A fronte di cambiamenti tanto rapidi, il ragazzo percepisce l'instabilità degli equilibri di volta in volta raggiunti tra la sua immagine attuale e le spinte verso nuovi obiettivi, verso nuovi modelli e ruoli. Si può parlare di una sorta di proiezione di sè verso il futuro. Attraverso il rapporto con i gruppi di appartenenza e con quelli di riferimento, l'adolescente chiarisce non solo ciò che desidera essere, ma soprattutto quelche non è e non vorrà mai essere. La prima formazione sociale dell'adolescente é il gruppo dei coetanei, che risente in maniera evidente dello sviluppo delle comunicazioni. In questo senso fra gli anni 70 e gli anni 90 c'è un abisso, e la sensazione che il villaggio globale sia stato, almeno nel mondo occidentale, identificato e realizzato. E' sufficiente pensare ai molti canali (non solo televisivi) attraverso i quali i ragazzi accedono al l'informazione, alla facilità di spostarsi da un luogo, da un continente all'altro, ai nuovi sistemi di contatto (il telefono cellulare o la posta elettronica). Sono tutti fattori dei quali l'industria che va verso i giovani con i propri prodotti (abbigliamento, cibo, divertimento) si appropria con tempestività. In questo scenario lo sport può fare molto: prevenire i conflitti, le difficoltà, in qualche caso anche la devianza. Nel contempo va anche detto che, se proposto in maniera scorretta (ad esempio con scelte imposte, eccessiva pressione ambientale, eccesso di tecnicismo), lo sport può determinare l'abbandono precoce (gli psicologici parlano di "mortalità sportiva") e veri e propri disturbi psicofisici nel giovane atleta. Per attribuire allo sport valenza educativa, ci sono esperienze di altri Paesi da fare nostre. Un buon esempio è la Midnight Basketball League (MBL), inventata nel 1986 da Van Stanfler, un uomo d'affari dei Maryland. Egli fu colpito dal numero di giovani morti a tarda notte o alle prime luci dell'alba nelle strade di Gienarder, la sua città. Per questo decise che la palestra, di notte, e il basket, il grande amore dei giovani americani, avrebbero potuto essere un buon antidoto. Sottrarre alla strada i giovani conducendoli a divertirsi. in un luogo sicuro, la palestra, ha avuto un grande successo. Soprattutto perché il fondamento della MBIL è che non giocano solo i più bravi, ma tutti quelli che, per loro scelta, hanno la costanza di partecipare agli allenamenti e seguono i consigli dell'allenatore.

Le più moderne acquisizioni della psicologia dello sport si rivolgono all'atleta di più alto livello che riceve il massimo delle attenzioni e dei benefici. Per questo gli studi specifici si orientano alle qualità cognitive-emotive dell'atleta, per migliorarne le capacità di attenzione e concentrazione, la capacità di giudizio, i tempi di reazione, il controllo della reattività allo stress e la capacità di apprendimento psicomotorio. Quattro sono i settori d'intervento della psicologia dello sport e coinvolgono la ricerca, l'applicazione, la didattica e la diffusione. In compenso negli anni 90 il disagio psicologico si accentua e nuove terminologie entrano nel nostro lessico familiare: un calo dell'umore prospetta la depressione, un semplice malessere diventa una fobia (degli spazi aperti, di quelli chiusi, dello sporco e persino dei pulito), un deciso affaticamento chiama in causa il burnout (la scoppiatura). Facciamo giornalmente i conti con i disturbi dei sonno (altrui, o nostri poco importa), i cali di rendimento scolastico e magari l'abbandono precoce dello sport (il dropout dell'adolescente). Tutte forme di sofferenza che non vanno sottostimate ma nemmeno enfatizzate. Finalmente, dopo aver parcellizzato tutto,persino l'essere umano, si torna a viverlo come un tutto dove interagiscono unadimensione biologica, una psicologica e una sociale. Era ora, anche se il bambino, con parole nuove, continua a essere un adulto in miniatura, come nei primi anni 70. A fine secolo nascono così discipline nuove, in realtà vecchissime. Un esempio? Oggi si predica lo Street-tennis, un tennis non aggressivo, senza tempi morti durante la lezione, un tennis da praticare a scuola, con un'attrezzatura modesta, o addirittura per le strade, visto che l'area in cui si gioca non è così ampia e basta avere una superficie piana. Lo Street-tennis segna l'evoluzione, in termini formativi ed educativi sembra ideale nell'età dello sviluppo, per gli aspetti psicomotori che favorisce. Elementi quali lo schema corporeo, la lateralizzazione, il ritmo, l'organizzazione spazio-temporale, sono fondamentali per la crescita armonica di ogni bambino. Street-tennis recita al plurale uno sport essenzialmente individuale, facendone un meccanismo emozionale al quale possono concorrere padre e figlio o il ragazzo all'interno di un gruppo-squadra.

Segno dei tempi, Street-tennis mette anche il silenziatore all'agonismo e ai suoi eccessi. Chi abbia in mente racchette spezzate o lanciate con rabbia, giocatori e genitori che insultano l'arbitro per un punto dubbio, bambini colpevolizzati per un errore sempre imperdonabile, si troverà nei Paese delle meraviglie, fatto di bambini che giocano, usano le mani e le racchette come se fossero la stessa cosa (l'attrezzo, in realtà, è una protesi, un prolungamento dell'arto), soprattutto si rilassano. Tornano cosi di moda espressioni antiche come: divertimento, approccio graduale, capacità di coinvolgimento, contatto con la natura, accessibilità economica. E tutto questo può succedere, con wsti bassi, anche a scuola, dalla quale rimane sempre fuori l'atletica leggera: con la scusa che gli impianti non ci sono, o che mancano gli istruttori specifici. A proposito di scuola, l'assioma I'allenamento sottrae tempo allo studio", come dire lo sport è lo studio sono antitetici, è ancora molto diffuso. Viviamo, non dimentichiamolo, una realtà culturale molto fontana dai modelli anglosassoni. Nel nord dei mondo, scuola e sport convivono da-oltre un secolo. Chissà, magari il nuovo Millennio ci porterà dei doni. Per il momento accontentiamoci di segnali che il tempo non appanna. Pensiamo al gesto di Francesco Panetta che aiuta Alessandro Lambruschini a rialzarsi e lo affianca sino a scandirne la rimonta. Questione di siepi, si dirà, o meglio di barriere che la maglia azzurra riesce ad abbattere. Ma la storia dell'atletica, a partire dal 1948, dalle Olimpiadi di Londra, è vissuta su relazioni umane che hanno affratellato, qua e là per il mondo, atleti e atlete di colori, etnie e religioni diverse. 

Sergio Meda
(con la collaborazione della psicologa Marisa Muzio)

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Atletica Leggera Rovellasca 1969
Società di Atletica Leggera, dal 1969

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