Non c'è sport senza agonismo
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- Pubblicato Venerdì, 09 Dicembre 2011 17:31
- Scritto da Mohamed (amministratore)
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Trent'anni di atletica a Rovellasca. Trent'anni, una vita! Trent'anni di speranze, soddisfazioni, gioie, ma anche, ed è naturale, di delusioni. Trent'anni di impegno, sacrificio, passione. Trent'anni di lotte, sostenute anche dallo spirito di sopravvivenza ma sempre alimentate da un'inesauribile fiducia. la speranza è l'anima della vita; senza di essa, l'uomo muore, s'imbruttisce, falliscel'obiettivo fondamentale: vivere! Mai più di oggi, in una società moderna cosi 'confusa e spaesata' che pare aver perduto i propri orizzonti e, persino, i punti cardinali di orientamento siano essi umani che civili, occorre aver speranza: negli uomini (che recuperino un corretto orientamento sociale), nei cittadini, nelle istituzioni (che escano finalmente dal loro stato di latitanza), nel buonsenso degli operatori sportivi (che sappiano indicare comportamenti coerenti e formativi). fl mondo dello sport e le associazioni dilettantistiche che ne costituiscono la linfa, sono inseriti (per fortuna) nella società civile, perché ne sono la logica espressione nonché l'indispensabile strumento educativo. Tutto questo mondo (quello dello sport), che ha dimostrato sempre, nell'impegno quotidiano, un instancabile atto di fede sull'importanza dei valori sportivi, è chiamato ora a dare un'ulteriore prova di sè. Dare speranza, ogni giorno, operando con abnegazione e tenacia soprattutto contro i possibili momenti di scoramento, che nascono dalla sensazione di non- essere compresi.
Dieci anni fa, sull'opuscolo che celebrava il ventennale, chiudevo il mio breve intervento affermando che perseverare nell'attuare il proprio impegno statutario, sia educativo che agonistico, avrebbe significato vincere la prova più importante, ancor più aspra di tante gare in pista, e che questa vittoria avrebbe significato entrare nella storia di Rovellasca. Oggi possiamo affermare che, grazie all'impegno di tutti (dirigenti, tecnici e atleti), l'atletica è entrata di diritto nella storia dei paese (e non solo). Generazioni di bimbi, adolescenti e ragazzi hanno usufruito e goduto dell'esistenza, fondamentale, dell'Atletica Rovellasca. E' difficile stilare bilanci. Certamente sotto l'aspetto agonistico, misurato in risultati, il bilancio è eccezionale. Ma è l'altro bilancio, quello educativo e sociale, che diventa difficile da quantificare. E' chiaro, è difficile per gli "altri", ma non certo per gli addetti ai lavori. Per noi, uomini di sport, è un bilancio altrettanto eccezionale: ma per gli "altri'? Spesso a parole ci confortano con il loro consenso, ma nei fatti? Istituzioni e genitori traducono in azioni propositive questi loro pronunciamenti? il presidente Enzo Campi mi ha richiesto questo intervento per riaffermare la bontà, l'assoluta necessità, per un organismo in crescita di praticare attività fisico-motorie-sportive e, di riflesso, per sottolineare la valenza socia le dell'opera svolta dall'Atletica Rovellasca. E l'intento era quello di ribadire come l'organismo umano sia stato strutturato per il movimento e come, nell'affinare questa sua programmazione biologica con impegno costante, possa raggiungere il proprio equilibrio psico-fisico dì adulto. Avrei potuto svolgere una dotta dissertazione tecnico scientifica. Ve la risparmio.
Ritengo che, in linea generale, tutti siano ormai convinti dell'importanza educativa, formativa e sanitaria delle attività motorie. Credo che ciò sia, ormai, diffuso patrimonio culturale di tutti: genitori, insegnanti, istituzioni. E' però importante capire che fare sport è qualcosa in più dei solo movimento. Lo sport è sì movimento ma, nella sua essenza, prevede indissolubilmente divertimento e competizione. Pertanto affermiamolo senza pudori: non c'è sport senza agonismo. L'agonismo è la versione controllata delle aggressività di ogni individuo. L'aggressività è un'energia umana naturale, necessaria per ogni realizzazione concreta ma suscettibile, in teoria, di degenerare in senso sociale. Lo sport garantisce la canalizzazione di tale energia, solo potenzialmente pericolosa, in schemi controllati e vantaggiosi.
Se l'aggressività è paragonabile alla forza bruta di una cascata, l'agonismo è paragonabile a un bacino idroelettrico che scongiura ogni pericolo e, addirittura,sfrutta tanta energia in favore della società. L'invito allo sport comprende l'invito a sfogare le cariche aggressive: ciò, però, non deve essere frainteso nel senso che lo sport favorirebbe la violenza. Tutt'altro. Lo sport è l'unica attività umana in cui, chi la svolge, deve poter passare bruscamente dalla grinta più spietata al totale controllo di se stesso (in rispetto dei suono di un gong, dei fischio di un arbitro, o di un traguardo qualsiasi), cioè a quel comportamento socievole, aperto, ubbidiente, che è appunto tipico della gente di vero sport. Una simile altalena tra poli così distanti è prerogativa dello sport, il quale è dunque tutt'altro che palestra di violenza, e può, invece, definirsi scuola di equilibrio.
Perché mi sono dilungato su questo concetto? Perché per una società sportiva, oggi gestire il movimento agonistico all'interno di un sano e corretto percorso educativo è diventato sicuramente più difficile: occorre sempre più professionalità nei dirigenti, nei tecnici, nei preparatori. Senza professionalità aumenta a dismisura il rischio di commettere errori. E' vero però che professionali si diventa con lo studio, l'aggiornamento, l'esperienza. Impostare il percorso, la carriera agonistica di soggetti in età evolutiva, richiede l'applicazione costante (oserei dire quotidiana) di un patrimonio di conoscenze complesse e variegate. Aspetti psicologici, pedagogici, sociali, fisiologici, medico sanitari si intrecciano continuamente fra loro; non esistono ricette perfette: ogni, ragazzo o bambino, costituisce, in questo senso, un'individualità assoluta.
E proprio perché Individuo", avrà un suo ideale momento biologico di "inizio" (quasi mai corrispondente a un dato anagrafico), avrà un proprio livello di adattabilità funzionale e strutturale dei sistema muscolo-scheletrico e dei sistema metabolico, avrà una propria "maturità" psicologica e caratteriale; avrà un proprio specifico "entourage ambientale" che ne condizionerà necessariamente i comportamenti (genitori, docenti scolastici, amici).
Temi come: lo stato di maturità biologica, le relazioni fra allenamento sportivo e accrescimento o sviluppo, le indicazioni e le controindicazioni all'agonismo nell' infanzia e nel l'adolescenza, l'importanza dei rapporto fra crescita, sviluppo e capacità prestative (necessario per avere corrette indicazioni sulle attività sportive da far praticare), sono aspetti fondamentali che, all'interno di un'associazione sportiva, devono sempre essere tenuti in considerazione. Ma non basta, devono essere anche professionalmente identificati, sviscerati e applicati nella pratica quotidiana. Costruire "professionalità" al proprio interno, per un'associazione, costa: costa in energia umana e intellettuale, costa tempo, costa denaro.
Il futuro di un'associazione sportiva dipenderà pertanto dalle sue capacità di continuare a reclutare risorse umane, ma anche, soprattutto e purtroppo, risorse economiche; in questo senso si vedono nubi all'orizzonte: si sentono discorsi favorevoli allo sport di massa, contrari all'agonismo. Tutto ciò è ipocrisia. Di più, pensare di investire sul movimento al di fuori dello sport, a mio parere, è pura demagogia. Ecco quindi ritornare il concetto di speranza: sperare che finalmente si comprenda parte di tutti i soggetti sociali) come l'investimento economico in una società sporti va professionale significhi scommettere sul futuro della nostra società civile; sperare che le risorse economiche destinate allo sport, quello vero e praticato, siano viste come proficuo investimento e non come semplice spesa per favorire divertimento sperare così che l'Atletica Rovellasca possa scrivere altri trent'anni di storia.
Forse questo discorso sulle speranze può apparire troppo ecumenico o poco sportivo. Nello sport, infatti, è difficile che avvengano miracoli: i risultati nascono sempre dall'applicazione, dall'impegno, dalla fatica quotidiana. Ma il cambio di mentalità, oggi, lo sport lo chiede agli "altri". Ecco perché possiamo solo sperare.
Forza, continuiamo a sperare: del resto, è risaputo, "Spes, ultima dea".
Specialista medicina dello Sport,
medico sociale dell'Atl. Rovellasca
dott. Claudio Pecci
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Grazie Atletica Rovellasca
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Il saluto del Coni
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Una Grande Scuola di Vita
C'era una volta un ragazzo che tentava di lanciare il disco, si chiamava Mario Barzaghi. C'era una pedana disegnata per terra sul viale dei parco. I suoi lanci, corti, disegnavano traiettorie particolari, tanto che i rami di alcune piante vicine subivano una potatura involontaria. Mi capitava di passare di lì la sera. E, un po' per salvare le piante un po' per recuperare il disco che per la verità andava un po' storto, ho cominciato a dire a Mario di tirare più piatto: tieni la mano così, il piede così, le spalle più alte... Sono stati questi i miei primi consigli da allenatore, che venivano dai ricordi delle mie esperienze nei primi Giochi della Gioventù, dove nel getto del peso ero arrivato sino alla finale nazionale di Roma. Che fine ha fatto Mario Barzaghi? E' diventato enologo, si interessa di vini, e ha messo su famiglia in Piemonte, dalle parti di Ghemme. In quegli anni il parco era il nostro centro sportivo e i viali erano la nostra pista. Avevamo misurato tutti i giri poss... - continua a leggere...
La mia seconda famiglia
1969-1999: un compleanno da condividere con il sottoscritto, visto che di anni ne ho appena compiuti 32. E più di 20 li ho vissuti in questa "famiglia", la mia seconda famiglia, con la fortuna e la gioia di godere assieme tanti momenfl belli, come quando si andava in pullman ai campionati italiani o alle gare regionali e ogni trasferta era una festa. Da quando ho iniziato, nel '76, l'atletica è stata l'unico "amore" della mia vita sportiva. E più crescevo, più mi piaceva, non ne potevo fare a meno. lo mi accorgo dei tempo che passa solamente quando compio gli anni, o quando li compiono gli altri, o quando mi tornano in mente le gare e le vittorie importanti, o quando gli amici mi ricordano dei titolo italiano vinto nel '95, dei titolo mondiale militare conquistato nell'89, dei campionato italiano juniores dell'86, dei record allievi dell'82, della mia prima maglia di campione provinciale. Quand'era? Mi pare il '78, sì era il '78. Mamma mia, ne è passato di tempo. Ma nonostante ciò, p... - continua a leggere...
Genitori, un anello importante
Nel momento in cui il proprio figlio inizia a praticare uno sport, sorge sempre la preoccupazione che trascuri la scuola, le altre attività e, perché no, anche la famiglia. Ma quando si vede che il proprio figlio raccoglie le prime soddisfazioni, si capisce che il suo sacrificio viene premiato e, allo stesso modo, viene premiata la sua passione. Ed è proprio la passione che lo porta a continuare. Ma se questa passione prevale su quelli che sono i "doveri" di un giovane? La fiducia verso il proprio figlio è fondamentale, affinché si senta responsabile delle sue scelte e sia pronto ad affrontare, anche da solo, alcuni errori. Se la passione per l'atletica è forte, non lo allontanerà dai suoi compiti perché, proprio in quanto passione, si "fonde" omogeneamente con tutti quelli che sono gli stadi della crescita: si, perché praticare uno sport non significa solo sviluppare la muscolatura, ma significa anche maturare. Situazioni positive e negative, nell'ambito sportivo, aiutano a capire ... - continua a leggere...
Psicologia dello sport: 30 anni di evoluzione
Per ovviare alla storica carenza di impianti nelle scuole elementari, all'inizio degli anni 70 un assessore di Torino ricorse a una struttura mobile. Quel camion corredato di tutto punto sembrava un moderno carro di Tespi. Vi sostavano, a pieno carico, materassini e poi ritti, un'asse di equilibrio e qualche pallone, perché i momenti ludici... mai devono mancare. Nelle scuole interessate al progetto la cosa piacque, sembrava che in quel minestrone gli ingredienti ci fossero tutti, e fossero tutti saporiti. Ma la cosa nacque e spar1, a fine anno, senza che nessuno ne lamentasse la scomparsa. In quel medesimo 1971 una legge (la 820) differenziava la scuola fra tempo pieno e tempo definito e poneva il problema dell'insegnante specialista. Si sosteneva da più parti che il docente diplomato all' Isef desse maggiori garanzie perché i contenuti dei suo sapere erano più ampi. Per la prima volta emersero termini orribili (ma di meglio non c'era) come la interdisciplinarietà, per alcuni insegn... - continua a leggere...
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