Psicologia dello sport: 30 anni di evoluzione


Per ovviare alla storica carenza di impianti nelle scuole elementari, all'inizio degli anni 70 un assessore di Torino ricorse a una struttura mobile. Quel camion corredato di tutto punto sembrava un moderno carro di Tespi. Vi sostavano, a pieno carico, materassini e poi ritti, un'asse di equilibrio e qualche pallone, perché i momenti ludici... mai devono mancare. Nelle scuole interessate al progetto la cosa piacque, sembrava che in quel minestrone gli ingredienti ci fossero tutti, e fossero tutti saporiti. Ma la cosa nacque e spar1, a fine anno, senza che nessuno ne lamentasse la scomparsa. In quel medesimo 1971 una legge (la 820) differenziava la scuola fra tempo pieno e tempo definito e poneva il problema dell'insegnante specialista. Si sosteneva da più parti che il docente diplomato all' Isef desse maggiori garanzie perché i contenuti dei suo sapere erano più ampi. Per la prima volta emersero termini orribili (ma di meglio non c'era) come la interdisciplinarietà, per alcuni insegnanti considerata vitale. Un educazione fisica incarnava l'ibrido interdisciplinare e il fatto, come si scrisse, doveva passare dal livello formale (qui il termine va inteso come burocratico, nel senso delle circolari ministeriali) a quello sostanziale. L'educazione fisica doveva farsi, per dirla con termini odierni, "trasversale".

Per arrivare all'educazione motoria bisognava attendere il 1985, non soltanto a Torino, ma la questione si fa, da quel momento, lessicale. Si continua a cambiare i termini nel sego di Tomasi di Lampedusa. Il suo Gattopardo, ricorderete, era straordinario nella capacità di fingere di modificare la realtà affinché nulla in effetti mutasse. Sorte simile subiva la psicologia dello sport, perché pochi avevano orecchi per intendere e forse nemmeno per ascoltare. Disciplina in Italia mutuata da approfonditi studi psichiatrici di chi se ne era amabilmente appropriato (il professor Antonelli, bon vivant oltre che docente di qualità), la psicologia dello sport investigava allora i disturbi della personalità, cercava di capire la nikefobia (paura di vincere) e attribuiva curiose valenze a chi si produceva in sfor2i a ogni età. La motivazione a fare sport, ad esempio, non aveva mai istanze borghesi (quelle di inizio secolo, legate al piacere, loisir in francese, leasure in inglese) ma esclusivamente pulsioni di riscatto sociale. Lo sport era un sistema per uscire dai ghetti. Peccato che, da noi, portoricani e messicani non ce ne fossero, anche se li avremmo volentieri ospitati nei nostri oratori che, pian piano, purtroppo iniziavano a svuotarsi. Curioso, per la prima volta negli anni 70 si sperimenta la ginnastica unisex, senza apparenti pregiudizi (gli spogliatoi rimangono chiaramente separati); In alcune classi sperimentali delle medie superiori, maschi e femmine danno vita a una modalità relazionale dei tutto positiva, i rapporti tra i due sessi vengono agevolati. Come spesso accade, la modalità viene abbandonata, ma qualche benefico effetto permane. Prima di allora, ad esempio, si parlava di giochi o giocattoli solo maschili e altri, di converso, esclusivamente femminili. Tra le discipline che generavano confusione figuravano il judo e il karate, a dimostrazione di un'ignoranza totale dei comparto arti marziali, che l'Oriente, secoli fa, ha culturalmente scorporato dalle attività guerresche. Da tempo sono espressioni collegate a un'efficace simulazione, pur nell'identità di alcune discipline che continuano a impiegare la forza altrui per indirizzarla contro chi la esprime. Grazie a questi assunti, anche le ragazze vivono il karate come pratica formativa perché acuisce la coordinazione globale, la prontezza di riflessi, la percezione dei corpo e, più in generale, un grande equilibrio psico-fisico.

In generale negli anni 70 comincia a passare il concetto che occorre uscire dagli schemi, sino ad allora vissuti come gabbie. La si chiami educazione fisica, ginnastica o sport, poco importa; fondamentale è sapere che quell'attività che chiamiamo come ci pare risponda al bisogno di movimento di ciascun individuo. Sempre negli anni 70 si comincia a parlare di sport al femminile, dopo aver verificato quanti e quali tabù accompagnassero le ragazze che propendevano per il calcio o per il ciclismo. Fossero o meno questioni di muscoli ipertrofici (per la bici) o di sospetta mascolinità (per il pallone), si faticava ad ammettere persino la donna in atletica leggera, nonostante i tempi di De Coubertin e della più sfrenata misoginia fossero ormai lontani. Per buona parte degli anni 70 il binomio donna e sport appare difficile. La donna è vittima - come sostiene Salvini - di due tipi di pregiudizio. Da un lato c'è l'apparente conformità (proprio perché pienamente donne non possono aspirare a coprire ruoli non predisposti per loro, ma solo maschili) dall'altro la devianza (se mai diventano capaci di ricoprire, nello sport, ruoli maschili, mettono comunque in gioco la loro femminilità). Sino alla metà degli anni 80 lo sport al femminile viene perciò giudicato idoneo, utile se viene scelto e controllato dalla famiglia e finché si limita a un'esperienza ludica. Viene vissuto - bontà dei genitori di allora - come un'opportunità per i suoi contenuti psicomotori, ma guai a inserire nel discorso una logica agonistica. Quest'ultima, soprattutto durante la crescita, avrebbe invalidato lo stereotipo della femminilità in termini sociali e soprattutto l'identità di "genere" della ragazza agonista.

La psicologia dello sport asseconda con qualche riserva questi presupposti. L'agonismo al femminile, ad esempio, può accentuare l'insicurezza, l'inquietudine e la somatizzazione ansiosa. Oggi di questo si ride, ma allora era possibile leggere frasi dei tipo "tutte conseguenze che possono indurre la giovane atleta a rifugiarsi morbosamente nella pratica sportiva vissuta come realtà sovraccarica di significati simbolici". La svolta, in termini unisex, coincide con lo sviluppo e il boom dei fitness, inteso come pratica fisica allargata, e non solo in palestra. Le rinnovate abitudini - a partire dall'abbigliamento, gli anni 80 garantiscono che una donna è elegante anche in tuta da jogging - fanno sì che uomini e donne superino di slancio alcune delimitazioni di ruolo. Nascono nuove opportunità di definizioni sociali, con la donna che entra e si radica in ambiti tradizionalmente di competenza maschile. Un esempio per tutti il volontariato, e non solo nello sport, fa sì che le donne guidino i pulmini, e magari il compito di approntare le torte sia affidato ai mariti, per definizione "non tutti pasticceri".

La donna e lo sport (o l'attività motorio-sportiva, in qualche modo pari sono) fanno i conti con il concetto di benessere e di qualità della vita. La riduzione dei fenomeni tumorali. il rafforzamento dei sistema immunitario, il miglior funzionamento dei sistema ormonale: ecco tre buoni esempi di come lo sport interagisca a favore della salute e dei benessere e, soprattutto, garantisca uno stile di vita sano. Soprattutto a livello psicologico, e qui il discorso si amplia ai maschi, l'esercizio fisico abituale è associato alla riduzione degli stati d'ansia e di lieve depressione, con un incremento dell'autostima. Il tipo di sport praticato è un fattore che incide e le aspettative (divertimento, bisogno di compagnia, voglia di stoppare lo stress) influiscono non poco. Le donne, in particolare, continuano a segnalare la necessità di controllo dei proprio peso corporeo come una componente primaria. Un dato che l'atletica leggera terrà in buona considerazione è, per la donna, il miglioramento dei livello di autostima che si collega alle prove di mezzofondo e di fondo. Di contro, la donna vive male l'interval training: invece di rilassarla, di ben disporla all'allenamento, questa tecnica è mai sopportata perché - si legge in quegli anni - "non ha in sè alcuna dose di divertimento". In compenso la pratica fisica giova alla donna nei periodi di vita in cui è costretta a fare i conti con la rapida evoluzione corporea. la buona condizione fisica aiuta a superare i conflitti con il corpo, anche nei casi di gravidanza in cui l'esercizio fisico riesce a determinare vantaggi, in termini di umore. Guai, sempre nel comparto femminile, a parlare di attività fisica coatta o che sia motivo di stress. Nel caso dell'agonismo, occorre che le richieste prestative non siano troppo elevate, soprattutto nell'età dello sviluppo. Di soldi si parla poco anche nel calcio dove l'esplosione dei guadagni ha inizio dopo il Mundial spagnolo vinto dagli azzurri nel 1982. Tra tutti gli sport il più "acqua e sapone" permane l'atletica leggera, dove si usa chiedere e non pretendere. Ma l'atletica, in quanto generatrice di ogni altra disciplina sportiva, ne mette al mondo molte, forse troppe.



 

La psicologia dello sport negli anni '90 si indirizza allo studio della personalità degli atleti e investiga sostanzialmente le differenze, in chiave psicologica, fra atleti e non atleti e all'interno di queste due classi, fra maschi e femmine. Questo in linea generale; in particolare nascono progetti a favore dei bambini che prendono avvio da lontano: il più datato è "Bambini in pista" (1988) promosso dall'Assessorato allo Sport della Provincia di Milano che dà vita anche a "Sportinsieme" (1993) e "Sportamico" (1994). Di stretta derivazione è il più recente "Amicosport" voluto dal Comune di Venezia. Questi strumenti di lavoro sui bambini di quarta e quinta elementare muovono tutti da questionari che mirano a rintracciare che cosa, quando e perché abbia determinato una o più passioni sportive praticate, il rapporto dei genitori e degli insegnanti con lo sport o le discipline sportive. Ai questionari si unisce la possibilità di disegnare gli sport preferiti. L'indagine sui bambini in area veneta (1999) ha evidenziato che non esistono differenze significative rispetto al sesso per cui l'antico pregiudizio che vuole lo sport fenomeno di mascolinità è definitivamente caduto. Diverte annotare come le scelte della disciplina da praticare siano esclusivamente dei ragazzi (senza interferenza alcuna di parenti e amici) mentre allarma verificare il pensiero dei ragazzi sul rapporto sport-scuola. Chi si figurava che lo sport facesse essere più bravi a scuola, si sbaglia, per diretta ammissione degli interessati, che non ci credono. In generale per i ragazzi sport è oggi richiesta di divertimento, di gioco, con la possibilità di identificare il loro modello negli eroi della domenica. Il mondo degli adulti, di converso, non considera ancora lo sport un vero strumento educativo. Preferisce viverlo come momento di delega, con i figli lontani dai pericoli, dalla televisione, dai videogiochi.

 

La psicologia tenta, negli anni più recenti, di studiare il rapporto fra i tratti di personalità e la scelta di sport operata dal ragazzino. Lotta, boxe, hockey su ghiaccio, football americano fanno pensare a caratteri aggressivi, ma la violenza virtuale che emerge da questi sport dice piuttosto il contrario: la loro pratica incanala l'aggressività, dandole una valenza positiva. Ulteriormente, si pensa che siano i caratteri estroversi i più adatti a frequentare gli sport di squadra, per la maggiore capacità di accettare le regole del gruppo, ma cosi non è. L'estroversione nelle relazioni non è il carattere dominante, semmai contano la capacità di relazionarsi come persona leale, coraggiosa, che per il gruppo si batte sino all'ultima stilla di sudore. Anche scegliere uno sport piuttosto che un altro, è ritenuto un falso problema: perché anche la pratica di uno sport individuale garantisce la presenza in un gruppo. la questione adolescenziale negli ultimi decenni non è certo stata posta al centro dell'interesse generale: i giovani si percepiscono in una posizione di marginalità sociale, al confine fra il gruppo dei bambini, al quale non appartengono più, e quello degli adulti, al quale non appartengono ancora. I ragazzi in questa situazione tendono a sentirsi privati dell'identità di ruolo, a soffrire di instabilità emotiva, di timidezza alternata ad aggressività, di tensioni e di ansia. Nell'adolescenza la costruzione e la crisi di identità sono dei tutto nuove alla fine dei XX secolo. A fronte di cambiamenti tanto rapidi, il ragazzo percepisce l'instabilità degli equilibri di volta in volta raggiunti tra la sua immagine attuale e le spinte verso nuovi obiettivi, verso nuovi modelli e ruoli. Si può parlare di una sorta di proiezione di sè verso il futuro. Attraverso il rapporto con i gruppi di appartenenza e con quelli di riferimento, l'adolescente chiarisce non solo ciò che desidera essere, ma soprattutto quelche non è e non vorrà mai essere. La prima formazione sociale dell'adolescente é il gruppo dei coetanei, che risente in maniera evidente dello sviluppo delle comunicazioni. In questo senso fra gli anni 70 e gli anni 90 c'è un abisso, e la sensazione che il villaggio globale sia stato, almeno nel mondo occidentale, identificato e realizzato. E' sufficiente pensare ai molti canali (non solo televisivi) attraverso i quali i ragazzi accedono al l'informazione, alla facilità di spostarsi da un luogo, da un continente all'altro, ai nuovi sistemi di contatto (il telefono cellulare o la posta elettronica). Sono tutti fattori dei quali l'industria che va verso i giovani con i propri prodotti (abbigliamento, cibo, divertimento) si appropria con tempestività. In questo scenario lo sport può fare molto: prevenire i conflitti, le difficoltà, in qualche caso anche la devianza. Nel contempo va anche detto che, se proposto in maniera scorretta (ad esempio con scelte imposte, eccessiva pressione ambientale, eccesso di tecnicismo), lo sport può determinare l'abbandono precoce (gli psicologici parlano di "mortalità sportiva") e veri e propri disturbi psicofisici nel giovane atleta. Per attribuire allo sport valenza educativa, ci sono esperienze di altri Paesi da fare nostre. Un buon esempio è la Midnight Basketball League (MBL), inventata nel 1986 da Van Stanfler, un uomo d'affari dei Maryland. Egli fu colpito dal numero di giovani morti a tarda notte o alle prime luci dell'alba nelle strade di Gienarder, la sua città. Per questo decise che la palestra, di notte, e il basket, il grande amore dei giovani americani, avrebbero potuto essere un buon antidoto. Sottrarre alla strada i giovani conducendoli a divertirsi. in un luogo sicuro, la palestra, ha avuto un grande successo. Soprattutto perché il fondamento della MBIL è che non giocano solo i più bravi, ma tutti quelli che, per loro scelta, hanno la costanza di partecipare agli allenamenti e seguono i consigli dell'allenatore.

 

Le più moderne acquisizioni della psicologia dello sport si rivolgono all'atleta di più alto livello che riceve il massimo delle attenzioni e dei benefici. Per questo gli studi specifici si orientano alle qualità cognitive-emotive dell'atleta, per migliorarne le capacità di attenzione e concentrazione, la capacità di giudizio, i tempi di reazione, il controllo della reattività allo stress e la capacità di apprendimento psicomotorio. Quattro sono i settori d'intervento della psicologia dello sport e coinvolgono la ricerca, l'applicazione, la didattica e la diffusione. In compenso negli anni 90 il disagio psicologico si accentua e nuove terminologie entrano nel nostro lessico familiare: un calo dell'umore prospetta la depressione, un semplice malessere diventa una fobia (degli spazi aperti, di quelli chiusi, dello sporco e persino dei pulito), un deciso affaticamento chiama in causa il burnout (la scoppiatura). Facciamo giornalmente i conti con i disturbi dei sonno (altrui, o nostri poco importa), i cali di rendimento scolastico e magari l'abbandono precoce dello sport (il dropout dell'adolescente). Tutte forme di sofferenza che non vanno sottostimate ma nemmeno enfatizzate. Finalmente, dopo aver parcellizzato tutto,persino l'essere umano, si torna a viverlo come un tutto dove interagiscono unadimensione biologica, una psicologica e una sociale. Era ora, anche se il bambino, con parole nuove, continua a essere un adulto in miniatura, come nei primi anni 70. A fine secolo nascono così discipline nuove, in realtà vecchissime. Un esempio? Oggi si predica lo Street-tennis, un tennis non aggressivo, senza tempi morti durante la lezione, un tennis da praticare a scuola, con un'attrezzatura modesta, o addirittura per le strade, visto che l'area in cui si gioca non è così ampia e basta avere una superficie piana. Lo Street-tennis segna l'evoluzione, in termini formativi ed educativi sembra ideale nell'età dello sviluppo, per gli aspetti psicomotori che favorisce. Elementi quali lo schema corporeo, la lateralizzazione, il ritmo, l'organizzazione spazio-temporale, sono fondamentali per la crescita armonica di ogni bambino. Street-tennis recita al plurale uno sport essenzialmente individuale, facendone un meccanismo emozionale al quale possono concorrere padre e figlio o il ragazzo all'interno di un gruppo-squadra.

 

Segno dei tempi, Street-tennis mette anche il silenziatore all'agonismo e ai suoi eccessi. Chi abbia in mente racchette spezzate o lanciate con rabbia, giocatori e genitori che insultano l'arbitro per un punto dubbio, bambini colpevolizzati per un errore sempre imperdonabile, si troverà nei Paese delle meraviglie, fatto di bambini che giocano, usano le mani e le racchette come se fossero la stessa cosa (l'attrezzo, in realtà, è una protesi, un prolungamento dell'arto), soprattutto si rilassano. Tornano cosi di moda espressioni antiche come: divertimento, approccio graduale, capacità di coinvolgimento, contatto con la natura, accessibilità economica. E tutto questo può succedere, con wsti bassi, anche a scuola, dalla quale rimane sempre fuori l'atletica leggera: con la scusa che gli impianti non ci sono, o che mancano gli istruttori specifici. A proposito di scuola, l'assioma I'allenamento sottrae tempo allo studio", come dire lo sport è lo studio sono antitetici, è ancora molto diffuso. Viviamo, non dimentichiamolo, una realtà culturale molto fontana dai modelli anglosassoni. Nel nord dei mondo, scuola e sport convivono da-oltre un secolo. Chissà, magari il nuovo Millennio ci porterà dei doni. Per il momento accontentiamoci di segnali che il tempo non appanna. Pensiamo al gesto di Francesco Panetta che aiuta Alessandro Lambruschini a rialzarsi e lo affianca sino a scandirne la rimonta. Questione di siepi, si dirà, o meglio di barriere che la maglia azzurra riesce ad abbattere. Ma la storia dell'atletica, a partire dal 1948, dalle Olimpiadi di Londra, è vissuta su relazioni umane che hanno affratellato, qua e là per il mondo, atleti e atlete di colori, etnie e religioni diverse.


Sergio Meda

(con la collaborazione della psicologa Marisa Muzio)

 

 

Una storia, tante storie (parte 1)

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Una storia, tante storie (parte 2)

Nel suo piccolo il 1973 è un anno storico anche per per l'Atletica Rovellasca, perché si festeggia il primo lustro di vita: è un traguardo importante, la vincita di una scommessa giocata cinque anni prima, tra l'incredulità e lo scetticismo di molti cittadini rovellaschesi, che guardavano sbigottiti quei ragazzini in pantaloncini e canottiera correre per le strade dei paese. Nonostante le difficoltà economiche, la società, stimolata anche dall'ingresso di tanti nuovi atleti, è presente a tutte le principali manifestazioni dei calendario regionale: da Pavia a Metanopoli, dall'Arena al XXV Aprile, non c'è gara in cui i colori rossoblù non siano rappresentati. Il quinto anno di attività vede emergere alcuni elementi di indubbie qualità, a cominciare da Patrizia Rebolini che primeggia nella velocità, arrivando a correre i 60 in 8' netti, tempo di valore nazionale e a tutt'oggi primato sociale. Al termine della stagione, un opuscolo senza troppi fronzoli celebra il quinquennale. Vengono r... - continua a leggere...

Una storia, tante storie (parte 3)

Los Angeles, i Giochi della ripicca, dei contro-boicottaggio: a Mosca era stato l'Occidente a dire no, stavolta la Russia trascina alla diserzione il blocco socialista. Ma gli assenti hanno sempre torto e quando un atleta sale sui gradino più alto del podio ci si dimentica alla svelta di chi non c'era. Così succede quando Alberto Cova domina i 10.000 metri e fa il tris dopo titolo europeo e mondiale, quando Alessandro Andrei lancia il peso più lontano di tutti, quando Gabriella Dorio mette if suo sigillo sui 1500, seppure orfani delle imbattibili russe. L'atletica azzurra conquista anche un argento con Sara Simeoni, oltre a tre bronzi pesanti: quello di Giovanni Evangelisti nel lungo di Lewis e quello dei marciatori Sandro Bellucci e Maurizio Damilano. Cosa di meglio per drogarci di atletica, per stimolare i ragazzi a venire tutti i giorni al campo, per vedere i prati stracolmi di atleti anche con la neve e la pioggia, per riempire le piste il giorno delle gare. Anche a Roveilasca l'... - continua a leggere...

Trent'anni, sembra ieri...

Quante volte ci capita di dire: sembra ieri... Invece, sono passati magari già dieci anni. Eppure è vero, è proprio così. Lo dico dopo aver riletto il mio intervento sull'opuscolo con cui, nel 1989, celebrammo il ventennale dell'Atletica Rovellasca. Non tanto perché il tempo mi sembra volato (ed è proprio volato, credetemi ... ), quanto perché ciò che scrissi allora potrei ribadirlo oggi, senza cambiare una virgola. Perché continuare ancora - ebbi ' modo di sottolineare - in presenza di una continua lievitazione di spese ormai incomprimibili e in presenza di una crisi di reclutamento solo tecnico, ma anche dirigenziale. Oggi la risposta è la stessa di dieci anni fa. Continuiamo perché siamo animati non solo dalla passione per l'atletica e per lo sport in generale, ma anche "dalla consapevolezza di poter portare un messaggio di competenza ed entusiasmo, di onestà e di dirittura morale". il plurale riguarda il sottoscritto e naturalmente tutte le altre persone - i dirigenti, i tecnici... - continua a leggere...

Grazie Atletica Rovellasca

Avere nove anni e non accorgersi che il mondo stava cambiando. Avere nove anni e vivere serenamente felice: famiglia, scuola, compagni, oratorio, tutti positivi. E poi c'era un Burghé brado, vera palestra di crescita esistenziale. Che cosa vuoi di più? Avevi tutto, poco o tanto che fosse, e non volevi altro. Il pallone era un mezzo (e non ancora un fine): lo giocavi con un po' di serietà nella Victor; lo godevi, in modo sfrenatamente libero, in Burghé. E ti bastavano pochi amici per sentirti un eroe. Poi, pian piano, ti accorgesti che quattro fanatici ti stavano rubando il tuo territorio, eludendo la tua compagnia. Chi correva lungo il perimetro e, ogni tanto, riappariva sempre più sudato; chi buttava palle di gomma o di metallo; chi si slanciava sempre più lontano e chi "volava verso il cielo". Ma si divertivano come noi? A nove anni non potevi capirlo; ma per faticare così tanto, qualche interesse dovevano pur averlo. Qualche anno dopo, però, capisti che il semplice divertimento "s... - continua a leggere...

Il saluto del Coni

L'Associazione Atletica Rovellasca celebra il trentesimo anno di fondazione e nello stesso tempo brinda a trent'anni di successi. La storia dello sport italiano è ricca di vittorie prestigiose, frutto diretto e naturale dell'attività di migliaia. di società sportive, di centinaia di migliaia di dirigenti volontari, e ancor più è ricca di milioni di giovani avviati alla pratica sportiva e alla crescita civile. L'Atletica Rovellasca si inserisce in questo quadro in posizione di vertice provinciale e nazionale e spesso viene portata a simbolo positivo. l'attività sportiva può essere svolta in clima di "mordi e fuggi", di consumo rapido, qualche volta anche con risultati agonistici positivi. Ma non è questo l'associazionismo sportivo, non è questo l'Associazione Atletica Rovellasca, che ha sempre voluto, cosi come tuttora vuole, la crescita dei bambino, dei ragazzo nel consesso civile prima ancora della vittoria. E' per questo che partecipo con gioia alla festa per i trent'anni, feli... - continua a leggere...

Non c'è sport senza agonismo

Trent'anni di atletica a Rovellasca. Trent'anni, una vita! Trent'anni di speranze, soddisfazioni, gioie, ma anche, ed è naturale, di delusioni. Trent'anni di impegno, sacrificio, passione. Trent'anni di lotte, sostenute anche dallo spirito di sopravvivenza ma sempre alimentate da un'inesauribile fiducia. la speranza è l'anima della vita; senza di essa, l'uomo muore, s'imbruttisce, falliscel'obiettivo fondamentale: vivere! Mai più di oggi, in una società moderna cosi 'confusa e spaesata' che pare aver perduto i propri orizzonti e, persino, i punti cardinali di orientamento siano essi umani che civili, occorre aver speranza: negli uomini (che recuperino un corretto orientamento sociale), nei cittadini, nelle istituzioni (che escano finalmente dal loro stato di latitanza), nel buonsenso degli operatori sportivi (che sappiano indicare comportamenti coerenti e formativi). fl mondo dello sport e le associazioni dilettantistiche che ne costituiscono la linfa, sono inseriti (per fortuna) nel... - continua a leggere...

Una Grande Scuola di Vita

C'era una volta un ragazzo che tentava di lanciare il disco, si chiamava Mario Barzaghi. C'era una pedana disegnata per terra sul viale dei parco. I suoi lanci, corti, disegnavano traiettorie particolari, tanto che i rami di alcune piante vicine subivano una potatura involontaria. Mi capitava di passare di lì la sera. E, un po' per salvare le piante un po' per recuperare il disco che per la verità andava un po' storto, ho cominciato a dire a Mario di tirare più piatto: tieni la mano così, il piede così, le spalle più alte... Sono stati questi i miei primi consigli da allenatore, che venivano dai ricordi delle mie esperienze nei primi Giochi della Gioventù, dove nel getto del peso ero arrivato sino alla finale nazionale di Roma. Che fine ha fatto Mario Barzaghi? E' diventato enologo, si interessa di vini, e ha messo su famiglia in Piemonte, dalle parti di Ghemme. In quegli anni il parco era il nostro centro sportivo e i viali erano la nostra pista. Avevamo misurato tutti i giri poss... - continua a leggere...

La mia seconda famiglia

1969-1999: un compleanno da condividere con il sottoscritto, visto che di anni ne ho appena compiuti 32. E più di 20 li ho vissuti in questa "famiglia", la mia seconda famiglia, con la fortuna e la gioia di godere assieme tanti momenfl belli, come quando si andava in pullman ai campionati italiani o alle gare regionali e ogni trasferta era una festa. Da quando ho iniziato, nel '76, l'atletica è stata l'unico "amore" della mia vita sportiva. E più crescevo, più mi piaceva, non ne potevo fare a meno. lo mi accorgo dei tempo che passa solamente quando compio gli anni, o quando li compiono gli altri, o quando mi tornano in mente le gare e le vittorie importanti, o quando gli amici mi ricordano dei titolo italiano vinto nel '95, dei titolo mondiale militare conquistato nell'89, dei campionato italiano juniores dell'86, dei record allievi dell'82, della mia prima maglia di campione provinciale. Quand'era? Mi pare il '78, sì era il '78. Mamma mia, ne è passato di tempo. Ma nonostante ciò, p... - continua a leggere...

Genitori, un anello importante

Nel momento in cui il proprio figlio inizia a praticare uno sport, sorge sempre la preoccupazione che trascuri la scuola, le altre attività e, perché no, anche la famiglia. Ma quando si vede che il proprio figlio raccoglie le prime soddisfazioni, si capisce che il suo sacrificio viene premiato e, allo stesso modo, viene premiata la sua passione. Ed è proprio la passione che lo porta a continuare. Ma se questa passione prevale su quelli che sono i "doveri" di un giovane? La fiducia verso il proprio figlio è fondamentale, affinché si senta responsabile delle sue scelte e sia pronto ad affrontare, anche da solo, alcuni errori. Se la passione per l'atletica è forte, non lo allontanerà dai suoi compiti perché, proprio in quanto passione, si "fonde" omogeneamente con tutti quelli che sono gli stadi della crescita: si, perché praticare uno sport non significa solo sviluppare la muscolatura, ma significa anche maturare. Situazioni positive e negative, nell'ambito sportivo, aiutano a capire ... - continua a leggere...

Psicologia dello sport: 30 anni di evoluzione

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